Viaggio nelle profondità de “Il Diamante”: la forza che nasce sotto pressione – Intervista a Ezio Granese

Abbiamo già avuto modo di intervistarlo dopo aver letto il suo primo romanzo, “Le forme dell’amore – Infiniti come il mare” (qui la nostra intervista), ma non ci è bastato, perché la sua raccolta di poesie “Il Diamante” (Carthago edizioni, 2024, pp. 98, euro 18,00) ci ha appassionato (qui la nostra recensione). Parliamo di Ezio Granese, scrittore, ingegnere e musicista.
Ciao Ezio, è un piacere ritrovarti per parlare del tuo primo libro “Il Diamante”, che è molto di più di una semplice raccolta di poesie… in quanto tempo hai raccolto tutte le idee e quando hai deciso di divulgarle pubblicandole?
“Il Diamante” è nato lentamente, nell’arco di anni. Alcuni testi risalgono all’adolescenza, altri li portavo dentro da tempo, altri sono nati di getto in momenti di grande difficoltà o lucidità emotiva. Già da ragazzo scrivevo poesie che condividevo con il mio mentore, al quale ho dedicato questo lavoro e che so ne sarebbe stato orgoglioso. Ho sempre scritto in momenti personali molto intensi, di esaltazione o difficoltà. La scrittura e la poesia rappresentano per me un’ancora potentissima e un sollievo immenso. L’anno scorso poi, mio padre mi ha comunicato la sua intenzione di pubblicare una sua raccolta di poesie scritte nell’arco di 50 anni. Mi sono detto che non avrei voluto aspettare così tanto anche io e allora, spinto anche dal suo esempio, ho trovato il coraggio di tirare quello scritto fuori dal cassetto e ho deciso di dargli una forma. Mi sono detto: “Se queste parole hanno aiutato me a respirare meglio, forse possono farlo anche per qualcun altro.” Ho capito di voler condividere e ho smesso di proteggerli. Così quei pensieri sono diventati un libro, il libro è diventato un dono, non più qualcosa da custodire gelosamente. È stato un atto di condivisione, non di esibizione.
Una cosa curiosa è che la prima parte del libro raccoglie poesie con accanto una critica poetica, cosa che normalmente non si trova, come mai questa scelta? Ti è capitato, nel leggere poesie altrui, di sentire la mancanza di un’interpretazione guida?
Spesso, leggendo altri autori, avrei voluto una piccola chiave interpretativa, una porta socchiusa da cui iniziare. La poesia è un linguaggio libero, ma a volte così libero da spaventare i lettori meno abituati. Io volevo abbracciare chi si avvicinava alle mie parole per la prima volta. Non linee guida, ma porte da aprire, chiavi per entrare nel senso emotivo del testo. La critica poetica nasce come gesto di accoglienza, una guida delicata per entrare nelle immagini e nelle emozioni del testo, non per spiegare la poesia, ma per accompagnarla, per regalare un punto di vista, per far sentire il lettore meno solo davanti a immagini che possono toccare corde molto profonde.
Nella seconda parte del libro raccogli dei pensieri e delle riflessioni… tieni di norma un diario che ti porti dietro a questo proposito?
Non ho un diario tradizionale, ma ho l’abitudine di annotare tutto ciò che mi tocca: frasi, riflessioni, istanti. Scrivo ovunque: cellulare, post-it, retro degli scontrini, note vocali… Ogni volta che qualcosa mi tocca, lo fermo. Quella sezione raccoglie proprio questi frammenti di consapevolezza, è un ponte tra la poesia e la vita quotidiana: pensieri brevi, nitidi, a volte taglienti, altre volte morbidi come una carezza. Sono lampi, intuizioni che nascono nel quotidiano e dialogano con le poesie in modo spontaneo. Sono la parte più istintiva di me. Se la poesia è la mia anima che parla in modo profondo, i pensieri sono la mia anima che parla in modo immediato.
Nella terza e ultima parte di “Il Diamante” si rivela la vera essenza del libro, come metafora di un viaggio. Nella mia recensione l’ho definito “un vademecum da cui trarre ispirazione”, da tenere sempre a portata di mano. Anche per te è stato un viaggio scriverlo?
Scrivere Il Diamante è stato come scendere dentro una miniera: buio, fatica, paura… e poi luce. La terza parte rappresenta proprio questo: un percorso di rinascita, un cammino di autoconsapevolezza fatto di cadute, scoperte, verità che bruciano ma che liberano. Molti lettori mi hanno detto che lo tengono sul comodino come se fosse un piccolo manuale di emergenza emotiva. E questo per me è il complimento più grande: significa che quel viaggio non l’ho fatto solo io.
Dopo “Il Diamante”, uscito nel 2024, hai pubblicato il romanzo “Le forme dell’amore – Infiniti come il mare“, che ha diversi rimandi a questa prima opera, e recentemente, a fine ottobre, è uscito un tuo altro libro di poesie “Sussurri del tempo”. Di cosa si tratta?
“Le forme dell’amore – Infiniti come il mare” è un romanzo che mette a nudo le emozioni, le scelte e le contraddizioni dell’amore adulto, che esplora la complessità dell’amore adulto, con le sue scelte difficili, il desiderio, la vulnerabilità. “Sussurri del tempo” è invece una silloge poetica che parla del tempo che cura, del tempo che ferisce, e di quello che restituisce. È una raccolta che sfiora i ricordi, le attese, le partenze, ma soprattutto le rinascite. È un libro che ascolta, più che parlare.
Tornando a “Il Diamante”, ricordo che, durante una nostra chiacchierata, mi dicesti che era il primo di una trilogia, ci racconti il progetto per intero?
Con molto piacere. La trilogia si intitola “Le gemme dell’anima”.
- Il Diamante è il viaggio nelle profondità: rappresenta la forza che nasce sotto pressione.
- La Perla è la metafora del tempo e della pazienza: la trasformazione, la bellezza che nasce dalle ferite.
- Il Rubino sarà il fuoco creativo: la passione, la vita piena, il coraggio di brillare senza più paura, di vivere e amare con intensità.
Tre libri, Tre gemme, tre tappe di un percorso di crescita personale e spirituale. Non solo libri, ma stati dell’essere.
Se a “Il Diamante” potessi abbinare una musica e un fiore, quali sceglieresti?
La musica sarebbe un pianoforte essenziale: poche note, limpide, che arrivano dirette come verità che non scappano. Il genere di Einaudi si addice molto a questo libro. Tra i suoi pezzi direi forse… “In un’altra vita” e “Come un fiore”.
Il fiore sarebbe il fiore di loto: nasce nel fango, ma si apre verso la luce con una bellezza che non chiede permesso. Proprio come chi attraversa un dolore e ne esce più forte.
Ultima domanda: quali sono i tuoi poeti e autori preferiti?
Alda Merini, Neruda, Emily Dickinson, Bukowski. Amo anche autori contemporanei e leggo anche altri generi come Dan Brown, Glenn Cooper, Donato Carrisi per citarne alcuni; per non parlare di letture più introspettive e di ricerca spirituale legate al mondo della mindfulness, della psicologia, del buddismo, della filosofia Yogica. Ma la verità è che mi affido spesso anche a poeti e scrittori meno famosi o emergenti che sto conoscendo durante il mio percorso partecipando a eventi, fiere, circoli culturali, manifestazioni. Ci sono tanti scrittori talentuosi con i quali mi piace confrontarmi e che mi piace leggere e scoprire. A volte una frase incontrata per caso ti cambia più di mille libri.
Roberta Usardi








