“Échos de bazar” – La musica come spazio di risonanze, libertà e ascolto

In Échos de bazar, Luca Nobis e Roberto Gualdi costruiscono un dialogo sonoro fatto di intuizioni, gesti semplici e una cura profonda del dettaglio. La loro musica nasce da frammenti che prendono forma nell’ascolto reciproco, senza mai diventare esercizio di stile. In studio hanno scelto la verità dell’esecuzione, registrando insieme e lasciando che l’atmosfera guidasse ogni scelta. Dal vivo il disco si trasforma, rimanendo fedele allo spirito di libertà che lo ha generato. Il risultato è un progetto strumentale autentico, pensato per chi cerca un’esperienza musicale che inviti a rallentare e a risuonare.
Il processo creativo di Échos de bazar sembra molto libero ma allo stesso tempo curato nei dettagli. Come nasce concretamente un vostro brano: da un’idea melodica, da una sessione improvvisata, o da un dialogo tra strumenti?
LN – I brani nascono quasi sempre da un gesto semplice: un frammento melodico che arriva mentre sto suonando senza un obiettivo preciso, oppure da un colore armonico che mi risuona in quel momento. Poi quel nucleo viene portato nel dialogo con Roberto. La cosa interessante è che non si tratta di “aggiungere parti”, ma di ascoltare cosa quel seme chiede. Alcune volte diventiamo molto essenziali, altre invece costruiamo una tessitura più ampia. C’è sempre un equilibrio tra intuizione e cura del dettaglio. È un gioco di pieni e vuoti.
RG – A parte tre brani che facevano già parte della discografia di Luca e che sono stati riadattati per il duo, tutti gli altri brani del disco sono nati direttamente in studio, in maniera spontanea. Talvolta gli proponevo un ritmo oppure mi proponeva un tema chitarristico e cominciavamo a suonare cercando di dare una struttura a quel che stavamo suonando. Più che d’improvvisazione parlerei di composizione estemporanea.

In studio di registrazione, che tipo di approccio avete scelto? Avete cercato di catturare la spontaneità dell’esecuzione o avete lavorato maggiormente sulla costruzione sonora e sulla post-produzione?
LN – In studio abbiamo cercato il più possibile di catturare la presenza. Quello stato in cui non si pensa, si respira insieme e la musica si muove da sola. Non volevamo un disco “costruito”, volevamo che si percepisse il momento. Poi certo, un minimo di postproduzione c’è stata, ma sempre al servizio della naturalezza. L’obiettivo era far sentire lo spazio, il legno degli strumenti, l’aria tra una nota e l’altra.
RG – Una volta stabilite stesura e parti a grandi linee, registravamo la take, rigorosamente insieme, senza trucchi e senza inganni. Praticamente abbiamo registrato anche senza click. Avevamo circa 16 misure di click, in modo di iniziare sempre alla velocità stabilita e poi, libertà assoluta. È come se per ogni brano avessimo cercato di emulare particolari immagini o atmosfere facendoci guidare dalla magia del timbro sonoro prima di tutto. Sicuramente il terzo uomo del duo è Alessandro Marcantoni che ha registrato, mixato e masterizzato il disco ma è anche una sorta di coproduttore e prezioso alleato in grado di aiutarti a prendere decisioni nei momenti di dubbio.
Portare dal vivo un disco come Échos de bazar richiede equilibrio tra libertà e coesione. Come pensate di reinterpretare questi brani sul palco? Ci saranno spazi per l’improvvisazione o nuove collaborazioni?
LN – Dal vivo i brani sono vivi! Non ci interessa riprodurre fedelmente il disco. Le strutture ci sono, ma lasciano sempre delle porte aperte. Ci sono zone in cui ci concediamo di entrare in territori che non conosciamo ancora. Questo rende ogni concerto unico, anche per noi. C’è già l’idea di invitare altri musicisti o creare situazioni site-specific, dove il luogo diventa parte dell’interplay.
RG – In realtà è estremamente semplice perché il disco rappresenta il nostro modo di suonare dal vivo. Il desiderio di registrare un disco è nato successivamente a serate live, la voglia di portare avanti il duo era tanta e abbiamo deciso di realizzare un disco in modo da ufficializzare il progetto. Nei concerti presenteremo tutti i brani del disco più alcune cover ma non mancheranno sicuramente anche momenti d’improvvisazione. A volte si registrano dischi sovrapponendo tracce su tracce oppure con la collaborazione di ospiti che raramente ti potrai avere nei concerti e questo crea un gap tra il disco e il live. Per Échos de bazar abbiamo evitato accuratamente tutto questo.

Entrambi siete anche docenti e formatori: quanto la vostra esperienza nell’insegnamento influenza il modo in cui vi avvicinate alla composizione e all’interplay musicale?
LN – Insegnare ci permette di ricordare, di ascoltare, soprattutto l’altro. Ti allena a capire cosa serve davvero in un gesto musicale. Quando compongo o suono in duo, porto con me quell’attenzione: non riempire, non spiegare troppo, lasciare che l’altro possa respirare. Il dialogo è l’essenza. Se la musica non è ascoltata, non vive.
RG – Direi almeno tre aspetti fondamentali. Una conoscenza del proprio strumento che permetta di costruire parti di chitarra o di batteria che siano in grado di coprire più aspetti contemporaneamente. Una cultura musicale e stilistica che permette di evocare e giocare linguaggi differenti. Una maturità musicale che permetta di ascoltare l’altro in profondità e dialogare in modo costruttivo evitando un “monologo a due”.
Il mercato discografico attuale è complesso e in continuo cambiamento, tra streaming, autoproduzioni e social media. Qual è la vostra visione di questo scenario per un progetto strumentale come il vostro?
LN – Siamo in un’epoca in cui tutto è molto veloce e spesso l’attenzione è minima. Per un progetto strumentale è una sfida, sì, ma non la vedo in modo negativo. Credo che proprio per questo ci sia bisogno di musica che non rincorra, ma che inviti. La strategia non è competere sul rumore. È creare spazi di profondità. Anche piccoli, ma autentici. Noi siamo lì.
RG – Personalmente ho un atteggiamento molto artigianale alla questione. Mi piace suonare questa musica, cerco delle serate dove poterlo fare e se qualcuno compra il CD meglio ancora. Mi sono anche un po’ stancato di analisi del mercato, strategie e di postare sui social mercoledì alle 11.00 perché lo dice l’oracolo dell’algoritmo. Il nostro è un modo di fare musica molto naturale, evocativo e oserei dire un pochino terapeutico e sono sicuro che ci sia una parte di ascoltatori stanchi della tappezzeria sonora proposta tutto il giorno e tutti i giorni e che cercano qualcosa di più. E noi suoneremo per loro.
Se doveste descrivere con una sola parola l’essenza di Échos de bazar, quale sarebbe e perché?
LN – La parola che sceglierei è risonanza. Perché Échos de bazar parla proprio di questo: di come i suoni, le immagini, i ricordi e le esperienze non svaniscono mai del tutto, ma restano a risuonare dentro di noi. A volte arrivano come richiami lontani, come echi che non scegliamo ma che riconosciamo. Il “bazar” è quel luogo vivo, caotico, pulsante, dove tutto convive: culture diverse, oggetti che hanno viaggiato, storie che si intrecciano. Gli echi sono ciò che ci attraversa mentre lo viviamo. Il disco è nato così: lasciandoci attrarre da ciò che risuonava, senza forzare una direzione. Ci siamo fatti trascinare, ascoltando più che dirigendo. È un lavoro che invita chi ascolta a fare lo stesso: non capire, ma lasciarsi portare. Come quando un ricordo ti torna improvvisamente e ti tocca, ma non sai perché. È un’eco.
RG – Musica per viaggiatori… non per turisti.
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