“Sono una nostalgica incallita, una idealizzatrice folle di istanti banalissimi, una passatista” – Intervista a Claudia Erba, autrice della raccolta poetica “Il passo del domani”

Claudia Erba è giornalista, laureata in giurisprudenza, e, dulcis in fundo, autrice di poesie e paroliere. Nel 2017 ha fondato Verbatim Ufficio Stampa e si occupa della promozione di produzioni artistiche ed eventi culturali. Una personalità poliedrica e interessante, che ha già pubblicato nel 2018 una prima raccolta di poesie, dal titolo “Adagio con brio. Trentanove poesie e una canzone” (Catartica Edizioni, 2018, Collana Tremori, pp. 64, Euro 12) e che ora torna in libreria con una raccolta poetica preziosa, “Il passo del domani”, edita da Il ragazzo innocuo di Luciano Ragozzino. Cinque poesie, un’acquaforte, una xilografia sulla carta Amatruda di Amalfi. Un libro che si presenta come un vero e proprio tesoro, che ci ha molto incuriosito, così abbiamo deciso di intervistare Claudia e saperne un po’ di più su di lei e su questa pubblicazione.
Ciao Claudia, innanzitutto, come ti sei avvicinata alla poesia e successivamente, come hai iniziato a scrivere versi?
Da sempre leggo moltissimo, inizialmente più prosa che poesia, a dire la verità. Con il tempo però anche la mia biblioteca poetica casalinga ha assunto dimensioni eclatanti, o come direbbe mio marito preoccupanti, anche perché non sopporto il digitale, voglio il libro di carta- quello “vero” insomma- e sono una “seriale”, dunque quando scopro un autore che mi piace inizio compulsivamente a ricercare tutto quello che ha scritto in vita. Questo vale anche per moltissimi cantautori, che- con buona pace dei puristi- io considero a tutti gli effetti poeti, se non qualcosa di più. Credo che il discorso per immagini, tipico della poesia, sia stato stimolato in me dalla lettura. Molte delle immagini che popolano la mia fantasia piovono calvinianamente dai libri; perfino gli austeri, vituperatissimi, tomi di diritto hanno sollecitato la mia fantasia figurale. Spesso scrivo cose tristissime, perché- per citare Tenco- quando sono felice esco. Mi preme precisare che molte esperienze trasposte nelle poesie, però, più che essere reali fin dall’inizio, lo diventano nell’atto creativo. Galleggiano nel limbo di un indefinito “non vissuto” fino a che non vengono schiaffate su carta.
Come nasce questa raccolta e la collaborazione con Il ragazzo innocuo di Luciano Ragozzino?
Allora, in realtà queste cinque poesie idealmente fanno parte di una raccolta più ampia, che doveva originariamente intitolarsi “Sangue remoto” e per la quale sto cercando un piccolo editore senza troppe pretese… pensavo a quello minuscolo, giovanissimo, con l’ emblema dello struzzo… (Ride, N.d.R.) Ho scoperto “Il ragazzo innocuo” attraverso un post sui social, che mi ha incuriosita e spinta ad inviare le mie cose. Luciano Ragozzino mi ha, contro ogni più rosea previsione, risposto in tempi record. È stato tutto molto informale: l’incontro nel suo studio a Milano, la consegna della lastrina per l’acquaforte. Ragozzino è un artista formidabile e un uomo gioviale, ironico, diretto, entusiasta. Nel 2004, nel cuore di Milano, ha trasformato una ex fabbrica di gelati in una piccola stamperia, penso sia un atto rivoluzionario. Visitare il suo studio di Milano mi ha dato un’emozione pari solo alla visita del laboratorio toscano di Franco Mauro Franchi. Il diario illustrato con le gesta della sua gatta, Zeussa, è l’emblema di una miracolosa, visionaria “ebollizione” artistica.

Che esperienza è stata realizzare l’acquaforte?
È importante precisare che ai poeti è affidata solo la fase creativa dell’acquaforte, ovvero il disegno relativo al loro scritto. Di tutte le fasi successive della tecnica dell’acquaforte, dalla messa della lastra in acido fino alla stampa al torchio, si occupa Ragozzino. È stato estremamente divertente, forse grazie all’assoluta consapevolezza che lo spirito giusto era quello di cimentarsi con un linguaggio a me totalmente sconosciuto. Avevo fin da subito le idee chiare anche sulle atmosfere dell’acquaforte, che volevo cupa come le poesie. Quando ho visto la lastrina completata, nel momento di firmarla, ricordo di aver pensato: “È veramente una porcheria!”.
Nel libro sono presenti cinque poesie, brevi, ma molto potenti, sul tema del tempo. Com’è il tuo rapporto con il tempo e cosa ti ha spinto a scegliere delle venature cupe nei cinque componimenti?
Il mio rapporto con il tempo è perfettamente racchiuso in questa frase:”Io, che ho nostalgia anche di un minuto fa.” (Silvana Mangano) Sono una nostalgica incallita, una idealizzatrice folle di istanti banalissimi, una passatista. E, contemporaneamente, sono costantemente proiettata nel futuro, a volte con paura, spesso con gioia, con entusiasmi improvvisi e profondissimi. Mi ha da sempre affascinata la così detta filosofia del vissuto: Husserl, Dilthey, Brentano, James, Bergson. Ho letto tutto Proust in una bellissima e solitaria estate dei miei diciassette anni. Credo che questa raccolta sia in parte nata sotto l’influsso della lettura de “Il tempo vissuto”, di Eugène Minkowski. È vero, queste poesie sono cupe, anche nel senso di oscure, quasi cifrate. Ce n’è una che si intitola “Crittografie”, a proposito! Non è una scelta stilistica, penso sia la mia “voce”, così come la intende Antonio Moresco, una zona intima e senza ritorno che non coincide affatto con l’io, che parte da zone più profonde e allagate, oltre il piccolo gioco dell’io e del suo contrario.
“Niente ammala / come / il dolore / di una gioia intatta / in un tempo franto.” Questi sono alcuni versi della poesia “I morti”, che trovo molto in sintonia con il nostro attuale presente. Rivedi anche tu un’immagine simile?
In realtà il riferimento era ad un presente molto personale, schiaffeggiato dalle assenze. “Assenza,/ più acuta presenza”, scriveva Attilio Bertolucci.
Qual è il tuo “passo del domani”?
Soffrirò, morirò. Ma intanto, sole, vento, vino, trallallà. (Misa Sapego)
Roberta Usardi








