Non fallite anche voi: il richiamo civile di Di Vango in “Le cicale non cantano”. Intervista ai protagonisti Claudio Scagliarini e Beatrice Gallo

Lo spettacolo “Le cicale non cantano” ripercorre gli ultimi eventi prima dell’assassinio di Giuseppe Di Vagno, deputato socialista pugliese vittima del primo delitto politico fascista in Italia. La pièce, prodotta da teatri di.versi, affronta temi di giustizia sociale, memoria storica e impegno civile, unendo la lingua italiana al dialetto per dare autenticità e dignità espressiva alla storia dei contadini e della Puglia del Biennio Rosso. Gli attori Claudio Scagliarini e Beatrice Gallo ci raccontano la genesi dello spettacolo e i loro sogni e desideri futuri.
Perché la scelta del tema di Di Vagno e quindi di un teatro di impronta civile e sociale?
Claudio: Il tema che andrà in scena non è quello che ci immaginavamo perché il testo cambia; non sai con quanti attori andrai in scena. Ciò che è rimasto è la figura di Giuseppe Di Vagno, scelto casualmente grazie a un post visto su Instagram. Tra l’altro, la piazza di Corato, centro della movida, è proprio Piazza Di Vagno con il suo murales. Per questo motivo abbiamo deciso di scrivere di lui e della sua storia. Io pensavo fosse un sindacalista e non sapevo fosse stato ucciso dai fascisti; personalmente non sapevo nulla. Noi vogliamo parlare di Di Vagno perché è una figura mportantissima del Sud e della nostra terra di cui nessuno sa niente, ma di cui dovremmo parlare. Inoltre abbiamo scoperto che la Puglia, durante il Biennio Rosso, è stata molto movimentata. Abbiamo capito che era la strada giusta, ed è inoltre calzante con il periodo politico che stiamo vivendo.
Per ciò che concerne la drammaturgia, chi se n’è occupato?
Beatrice: Claudio ha steso un’importante prima bozza. Successivamente sono intervenuta io in maniera più attiva e la drammaturgia ha preso forma, rimanendo quasi uguale a quella che va in scena oggi, con qualche piccola differenza. La regia è a cura di Claudia Lerro.
La scenografia è minimalista: c’è solo un tavolo e due sedie. La parola, quindi, è la principale protagonista?
Beatrice: Il tavolo e le sedie si trasformano e diventano altri elementi di scena: le gambe diventano strumenti di lavoro per i contadini e di lotta nella parte finale. Ci sono poi pochissimi oggetti, come un lenzuolo rosso, una tazzina e un bicchiere. Si tratta di un teatro di parola affidato agli attori, alla loro forza interpretativa e all’aderenza totale alla storia che stiamo raccontando. In alcuni spettacoli la scenografia è funzionale al racconto; nel nostro caso è funzionale nella sua essenzialità. Sul finale ci sono delle scarpe che diventano altro: è tutto simbolico, ma non allegorico. La scelta della regia riflette la cifra stilistica di teatri di.versi: un teatro affidato alla parola, alle emozioni e alla verità, oltre a un lavoro importante sul corpo. Infatti noi interpretiamo Di Vagno, sua moglie e due contadini.
Per quanto riguarda l’utilizzo del dialetto in scena?
Beatrice: Generalmente si pensa che il dialetto sia appannaggio di opere amatoriali. Nel nostro caso ha a che fare con una necessità, un’urgenza espressiva e di scrittura, perché scrivere e recitare in dialetto serve a cercare una verità “di pancia”.
Claudio: L’idea dei contadini nasce dalla storia di Di Vagno: i contadini andavano dai propri padroni per rivendicare i propri diritti ma venivano uccisi. Queste figure erano necessarie per la nostra storia, non potevamo toglierle perché sono loro il “fuoco”. Nella storiografia il Sud è sempre stato messo un po’ da parte, ma il Biennio Rosso è una parte fondamentale della nostra storia. Abbiamo pensato che i contadini dovessero essere una parte importante ed esprimersi necessariamente in dialetto. Anche per l’interpretazione dei due personaggi principali, Giuseppe Di Vagno e Giuseppina Fanelli, utilizziamo il nostro accento anziché una dizione perfetta: parliamo di due personaggi che molto probabilmente parlavano questa lingua e recitare in perfetta dizione avrebbe snaturato il tutto. Ognuno recita nel suo dialetto: io in tranese e lei in coratino. Durante l’anteprima ad Asti, il pubblico piemontese capiva le battute: il dialetto è un mezzo per veicolare un messaggio universale. Amo vedere qualsiasi tipo di dialetto a teatro. Sicuramente ci sono delle disparità nell’accettazione, dove magari il romano, il fiorentino o il milanese sono più “accettati” del barese.
Beatrice: I contadini in scena non sono semplici maschere, ma veri personaggi. In particolare emerge la storia personale di uno di loro: c’è una psicologia profonda, non si tratta di maschere che parlano dialetto. Questa è stata una scelta necessaria, molto dibattuta e pensata. In questo modo la storia arriva grazie all’aderenza alla realtà e alla verità. Il dialetto è universale: ci sono il corpo, l’intenzione e lo sguardo, oltre alla parola.
Come vi siete trovati e scelti?
Claudio: Io e Beatrice ci siamo conosciuti nel 2018 perché eravamo allievi di un corso di teatri di.versi e da allora non ci siamo più persi. Durante la prima lezione c’era un esercizio in cui dovevamo imitare un corsista: io scelsi Beatrice e la imitai perfettamente. Era da molto tempo che volevamo fare qualcosa e andare in scena insieme. Abbiamo già lavorato insieme durante saggi di laboratorio, ma come professionisti è la prima volta. Per me Beatrice era l’unica che potesse interpretare Giuseppina: la conosco come attrice, conosco il suo impegno e la sua motivazione. Lei incarna perfettamente la moglie di Di Vagno.
Progetti e sogni futuri?
Claudio: Sono troppi e non so in che ordine metterli! Spero di fondare la mia compagnia entro la fine dell’anno. Inoltre ho già iniziato a lavorare a un altro testo che ho dovuto mettere momentaneamente in pausa per focalizzare le mie energie su questo spettacolo. Spero di poterlo scrivere con la mia compagnia e con una mia carissima amica e collega, Lidia Margiotta, con cui condivido molte idee ed esperienze teatrali.
Beatrice: Io faccio parte della compagnia teatri di.versi (precedentemente Teatrificio 22), fondata da Claudia Lerro, in cui sono subentrata nel 2019 insieme a Lorena Farucci. Il mio lavoro si concentra tutto sulla compagnia, non soltanto come attrice ma anche come coordinatrice e formatrice di laboratori per bambini e ragazzi. I miei progetti sono legati principalmente a questo. Inoltre ho scritto un monologo che vorrei portare in scena. È la prima volta che mi misuro con un testo mio da attrice e autrice, dal titolo Tutta colpa di Wendy. Vorrei interpretarlo io e affidare la regia a qualcun altro, probabilmente a Claudia Lerro.
L’opera “Le cicale non cantano” si configura come un tassello fondamentale nel panorama del teatro civile contemporaneo. Riconosciuto da premi prestigiosi come il Premio Scintille 2026 e il Premio Nuove Sensibilità 2.0, lo spettacolo andrà in scena lunedì 7 settembre alle 21.15 presso il cortile esterno della Scuola Media “L. Santarella” di Corato.
Lucia Amoruso









