Il frinire dell’impegno: la memoria viva di Giuseppe di Vagno

Una drammaturgia coraggiosa e viscerale rievoca il primo omicidio politico fascista tra corpo, dialetto e minimalismo scenico.
Buio. Le luci si accendono pian piano sulla scena e svelano gli attori, dando il via a una serata di profonda memoria civile, lo spettacolo ideato e interpretato da Beatrice Gallo e Claudio Scagliarini con la regia di Claudia Lerro, rievoca la vicenda di Giuseppe di Vagno, parlamentare socialista vittima nel 1921 del primo delitto politico fascista d’Italia.
La pièce è andata in scena lunedì 7 settembre nel cortile esterno della Scuola Media “L. Santarella” a Corato (BA), nell’ambito del Serotonina Festival curato da Teatri Di.versi.
La drammaturgia, intitolata “Le cicale non cantano”, intreccia documenti storici autentici a una scelta linguistica audace: l’uso del dialetto pugliese. Lungi dall’essere un semplice orpello folkloristico, la parlata locale acquisisce una straordinaria dignità scenica . In un testo capace di parlare direttamente al presente, i due protagonisti abbattono la quarta parete rivolgendosi al pubblico, trasformando la storia personale di di Vagno e della moglie Giuseppina Fanelli in una chiamata alla responsabilità civile contro le prepotenze e la passività politica.
Sul piano interpretativo, il lavoro degli attori si distingue per un’eccezionale precisione fisica e una presenza corporea vibrante. Gallo e Scagliarini, rispettivamente Giuseppina e suo marito, incarnano la tensione di un’epoca cupa attraverso una gestualità ripetuta, martellante, che trasforma il corpo in un orologio biologico scandito dal ritmo dell’ansia e della lotta. Il movimento scenico interiorizza la minaccia incombente: la rigidità delle posizioni, la ripetizione di gesti quotidiani spezzati e la danza drammatica del corpo esprimono la tragica attesa della violenza. Questo frinire corporeo, incessante come il canto ostinato delle cicale, diventa l’emblema tangibile di una resistenza che rifiuta di essere messa a tacere.
L’allestimento sposa una rigorosa estetica minimalista, essenziale e carica di significato. La scena è affidata a pochissimi elementi scenografici: un tavolo e due sedie. È proprio attraverso l’ingegno registico e attoriale che l’oggetto minimale si trasforma e diventa altro sotto gli occhi del pubblico. Un elemento d’arredo quotidiano assume una duplice natura, mutando da semplice suppellettile domestica a barricata figurativa, confine di un nascondiglio clandestino o cattedra per l’oratoria politica.
Teatri Di.versi firma così uno spettacolo necessario e toccante, dimostrando come il minimalismo scenico e la ricerca linguistica possano ridare nuova linfa alla memoria storica del territorio.
Lucia Amoruso








