“L’indagine”: il dubbio che non ci riusciamo a togliere

“L’indagine” è un romanzo di Juan José Saer (La Nuova Frontiera, pp. 160, Euro 16,90), uno degli scrittori argentini più innovativi e influenti della seconda metà del Novecento, scomparso nel 2005.
“L’uomo che cercava gli dava, soprattutto negli ultimi mesi, una sensazione di prossimità e persino di familiarità, cosa che in certi momenti lo avviliva in modo inspiegabile e al tempo stesso lo spronava a proseguire le ricerche.”
È un inverno nevoso a Parigi. L’ispettore Morvan è incaricato di fermare un serial killer che, in nove mesi, ha ucciso ventisette vecchiette, gettando nel panico il X e l’XI arrondissement. L’indagine procede a rilento, tra le crescenti pressioni dei superiori e il terrore della cittadinanza. Ma il modus operandi dell’assassino è sconcertante: le vittime sembrano aprirgli spontaneamente la porta e, dopo una cena o un aperitivo, vengono torturate e uccise con fredda meticolosità. Ogni volta, il killer si prende il tempo di farsi una doccia e ripulire la scena del crimine senza lasciare tracce. Tutto cambia quando Morvan trova, a casa dell’ultima vittima, un dettaglio che apre una nuova pista.
Questa è la storia del “mostro della Bastiglia” narrata da Pichón, tornato in Argentina per gestire questioni di famiglia dopo vent’anni trascorsi a Parigi. In una afosa serata sul finire dell’estate, Pichón ricostruisce gli eventi davanti agli amici Tomatis e Soldi, intrecciando il mistero del serial killer con la scoperta di un manoscritto sulla guerra di Troia, forse scritto dall’amico scomparso Washington. C’è un’apparente contrapposizione tra la ferocia dei fatti parigini e l’altrettanto apparente quiete esteriore/interiore dei tre personaggi argentini, soprattutto Pichón e Tomatis: nemmeno loro, nonostante il sorriso che increspa le labbra o l’aria sorniona, sfuggono “al costante tira e molla, o al crepitio che, come nel cielo stellato, esplode in ogni momento nel nero che hanno dentro.” Una storia nella storia, e vorremmo saperne di più di entrambe, trovare il bandolo della matassa di entrambe, ma non si può, non del tutto. Perché Saer scava nell’umano, nel buono e nel lato oscuro. E quando il dubbio sembra risolto, eccolo ritornare.
“Si domanda se non siano davvero così, e così in pace con sé stessi, così rassegnati al fluire monotono e rischioso, senza senso e senza soluzione della vita, che a furia di non aspettarsi più niente da essa hanno acquisito una specie di serenità.”
Attraverso descrizioni dettagliate e una scrittura densa, la ricerca della verità si trasforma in una riflessione sul tempo, la memoria e il senso stesso del narrare.
Laura Franchi








