“Il gabbiano” di Čechov con la regia di Filippo Dini al Teatro Franco Parenti di Milano

Un lago, un palco pronto per essere calcato, questa è la scena che si presenta per il primo atto di uno dei capolavori di Anton Čechov, “Il gabbiano”, in scena al Teatro Franco Parenti di Milano dal 17 al 22 marzo con la regia di Filippo Dini e la traduzione di Danilo Macrì.
Scritto nel 1895, alla sua prima rappresentazione a Pietroburgo, l’anno seguente, fu un clamoroso fiasco; solo nel 1898, con una nuova versione, riuscì a ottenere il meritato successo. E da lì in avanti sono state tante le rappresentazioni di quest’opera, in tutto il mondo, e ancora oggi continua ad affascinare e a dimostrare una flessibilità straordinaria.
All’entrata in sala il sipario è aperto e spicca subito la magnifica scenografia, opera di Laura Benzi; lo spettacolo è già iniziato, la quarta parete non c’è, e ne è la prova anche l’arrivo Maša (Enrica Cortese), che si siede a bere in attesa della rappresentazione di Kostja, come previsto dal primo atto. Al momento opportuno le luci non si abbassano, ma parte una musica, e dal fondo della sala si sente cantare: è il maestro Medvedenko (Edoardo Sorgente) che, girando tra le file di spettatori, canta la sua serenata d’amore a Maša, che lo guarda allibita e pronta a respingere quell’amore che non riesce a comprendere. L’entrata di Sorin (Valerio Mazzucato) e Kostja (Giovanni Drago) è un’ondata veemente di energia e vitalità, e Kostja coinvolge tutto il pubblico con il suo fervore, predicando la sua idea di teatro e il suo intento di trovare nuove forme di teatro, a scapito della noia e della ripetitività che il teatro si trascina da troppo tempo.
La regia di Filippo Dini ha compiuto delle scelte molto interessanti ed efficaci, esaltando la flessibilità del testo di Cechov senza snaturarlo, introducendo anche una colonna sonora che, oltre alle splendide musiche di Massimo Cordovani, si incarna nei personaggi che cantano dal vivo. In più, i personaggi hanno delle sfumature eccentriche che toccano l’estremo, evidente in particolar modo in Trigorin, che lo stesso Dini interpreta in modo inaspettato e geniale: tentennante, balbuziente e frustrato, a tratti estremo, tanto da renderlo comico. La scena con Nina nel secondo atto spicca tra tutte, con Trigorin distante e sprofondato nelle sue paranoie e conflitti interiori, che però non fanno altro che enfatizzare in Nina la propria ammirazione e devozione: lei vede in lui ciò che lui non ha mai visto in sé stesso e questo lo diverte e lo esalta, attirandolo verso di lei.
Lodevoli anche tutti gli altri attori del cast: oltre ai già citati Enrica Cortese, Edoardo Sorgente, Valerio Mazzucato e Giovanni Drago, troviamo Virginia Campolucci, una Nina dai capelli ossigenati e le calze a rete, la splendida Giuliana De Sio nel ruolo di Arkadina, sofisticata, elegante, ma anche prigioniera di sé stessa: memorabile è la scena con Kostja nel terzo atto, che sfocia in una lite isterica, in cui il rapporto madre-figlio emerge in tutta la sua difficoltà. A completare il cast anche le sentite interpretazioni di Fulvio Pepe nel ruolo di Dorn, il medico e Gennaro Di Biase e Angelica Leo nei ruoli dei coniugi Samràev, amministratori della tenuta di Sorin e genitori di Masa.
Questa versione di “Il gabbiano”, capace di mescolare diversi elementi tra passato e presente in modo armonioso, è coinvolgente e anche a tratti divertente: Dini ha puntato anche a introdurre momenti di ilarità a fare da controparte al dramma profondo della vicenda.
Roberta Usardi
Fotografia di Serena Pea








