La grammatica dei corpi: “Dreamers” di Aterballetto al Teatro Sociale di Trento

La solitudine di una figura che si isola, l’improvviso senso di comunità che nasce quando la distanza si accorcia: i passi modificano lo spazio, la scena non è più neutra, la danza ha appena creato un mondo nelle nostre pupille. Questa capacità di scrivere con il corpo universi effimeri e intensi è la vibrazione di fondo che attraversa “Dreamers”, produzione del Centro Coreografico Nazionale/Aterballetto recentemente approdata al Teatro Sociale di Trento nell’ambito della rassegna del Centro Servizi Culturali Santa Chiara. Tre coreografi di diversa provenienza hanno offerto al pubblico un itinerario di viaggio nella danza contemporanea fatto di tensioni, ritmi inaspettati, gesti che evocano un respiro individuale e collettivo.
Il trittico prende il via con “Preludio” di Diego Tortelli, una coreografia dall’impronta geometrica: cinque danzatori delineano figure precise, quasi architettoniche, che si dissolvono e si ricompongono con naturalezza. Il contrasto tra il rosa degli abiti e il nero lucido dei guanti al gomito suggerisce creature forti, pronte a difendere con tenacia il territorio della propria colonia. Slanci improvvisi, pause cariche di attesa, formazioni che si stringono e si allargano. Tortelli sceglie alcuni celebri brani di Nick Cave (uno su tutti “Into My Arms“) come habitat emotivo: la voce non sovrasta, la parola non spiega. Prende forma così una preghiera profana, come la definisce il coreografo stesso, una lettera d’amore al corpo nella sua fragilità e nella sua forza.
“An echo, a wave” di Philippe Kratz pone una coppia in un cerchio di luce che evoca una superficie marina. Si inseguono, si respingono, si sfiorano prima di scivolare lontano. In un segmento particolarmente suggestivo, fasci di luce angolati dall’alto creano l’impressione di un’immersione improvvisa: i performer affondano e risalgono, incarnando quel movimento perpetuo in cui tutto si trasforma, tutto vive. Non c’è mai vera stasi, solo il fluire incessante di corpi che si perdono e si ritrovano come onde che non smettono mai di cantare. Il coreografo tedesco lavora con grande cura sulla fluidità del gesto, su quel moto naturale e ininterrotto che il corpo trova quando si abbandona al ritmo di qualcosa di più vasto, che contiene vicinanze e abissi, incontri e solitudini.
Chiude la serata “Solo Echo” di Crystal Pite, che porta in scena tutti i danzatori in un lavoro di ensemble costruito sulle sonate per violoncello e pianoforte di Johannes Brahms. Come già accadeva in Assembly Hall (qui il link), la coreografa canadese non tesse una narrazione lineare ma raggruppa e disperde i corpi creando la suggestione di infinite tracce narrative che si intersecano in un singolo punto. La scenografia di “Solo Echo” è la più elaborata del trittico, con una cascata continua di fiocchi bianchi sul fondale nero. Pite gioca, in particolare, con i tempi del movimento: nell’esecuzione della stessa sequenza, c’è chi procede a velocità naturale e chi va “al rallentatore”, come se potessimo osservare la scena da più punti di vista. In questo spazio dove il tempo si dilata e si contrae, dove i fiocchi cadono senza sosta, emerge di nuovo con forza un senso di fragilità condivisa, l’immagine di un’umanità che si muove insieme, cercando connessioni anche nella propria commovente transitorietà.
Pier Paolo Chini
Foto di copertina: CCN Aterballetto – “Solo Echo” – ph. Christophe Bernard








