Al Teatro OutOff di Milano fino al 23 novembre, Elena Arvigo dà voce alle parole di Ghiannis Ritsos con “Elena”

“Lo sfacelo si vedeva già da lontano…”
Una voce fuori campo racconta lo scenario davanti al pubblico: un luogo desolato e trascurato, con pochi oggetti significativi. Una donna è morbidamente accomodata su un’ampia poltrona. Si tratta di Elena, regina di Sparta, la bellissima donna che fece scatenare la guerra di Troia… ma da allora sono passati tanti anni. Ora Elena è “vecchia, ma con occhi ancora più grandi, imperiosi, vuoti”, immersa in una solitudine impolverata, abitata solo dagli spettri dei suoi ricordi, di chi ha amato, e da una figura che le assomiglia, che si aggira per gli spazi intorno a lei, più giovane, leggera, e ha in sé l’energia e la fierezza dei tempi passati.
È così che si presenta, agli occhi degli spettatori, “Elena” (‘H ‘ Eλένη) di Ghiannis Ritsos, tradotto da Nicola Crocetti, diretto e interpretato in modo memorabile da Elena Arvigo, con l’arricchimento sonoro del flauto traverso e del leggiadro canto di Monica Santoro al Teatro OutOff, in scena fino al 23 novembre.
Ritsos è stato uno dei più grandi poeti del XX secolo; di origine greca, fu autore di circa 150 raccolte poetiche; tra di esse “Elena” risale al 1972. Versi potenti che parlano non solo di un passato antico e legato al mito, ma anche, e soprattutto, di una problematica che negli anni l’umanità non ha mai saputo risolvere: i conflitti, che inesorabili tornano a infestare il mondo, e ancor di più gli animi. E lo fa con la voce di una donna che ne sa qualcosa di conflitti, che da vecchia prende le distanze da quel mito e vede con gli occhi di una donna comune, appesantita dal passare degli anni, ma con una lucidità sorprendente. Elena è totalmente sola e si aggrappa perciò alla sua memoria: nessuno va mai a trovarla e viene maltrattata dalle sue ancelle, gelose di quella che fu. Quando cammina si appoggia a un bastone, eppure, ha ancora dentro di sé le tracce della sua bellezza, anche con i capelli scompigliati, i vestiti trasandati e i gesti quotidiani diventati rozzi. Quando inizia a parlare si rimane incantati, anche se non esiste un vero interlocutore: nel suo sguardo e nella sua voce, carica di colori e registri diversi, torna alla sua giovinezza e alla guerra, al momento in cui tutti avevano gli occhi puntati su di lei mentre camminava sulle mura di Troia. Le sue parole catturano, sono invase da emozioni che a tratti arrivano a diventare quasi delirio. Col senno di poi, la regina di Sparta la sopravvissuta, la solitaria, comprende quanto, alla fine, la guerra non abbia senso, a ancor meno ce l’hanno i bottini da essa ricavati, che non sono altro che inutili cumuli di inutilità.
“Quanto tempo è stato perduto per cose senza senso!”
“Elena” è un importante manifesto contro la guerra, scritto con immane sapienza e delicatezza, che va portato in scena, divulgato il più possibile; il Mito insegna molto, lo si studia a scuola, ma non è ancora abbastanza. Il teatro può dare una grande mano in tutto questo, ed Elena Arvigo l’ha pienamente dimostrato.
Roberta Usardi








