“Il pavone volante” di Yūko Yamao: frammentarietà e visioni di un mondo fantastico

Un fantasy visionario e scomposto, tutt’altro che lineare ma, non per questo, meno affascinante. “Il pavone volante” di Yūko Yamao (add editore, 2026, pp. 280, euro 20,00, traduzione d Alessandro Passarella) è un romanzo fuori dalle righe, diviso in due parti appartenenti a due dimensioni diverse, e frammentato in più “visioni”, senza uno schema preciso.
I personaggi principali sono perlopiù identificati solo con l’iniziale, ma ciò che accade loro non segue una trama lineare, ma sprazzi discontinui di vicende che prendono pieghe a volte impensabili. La prima parte del romanzo, più breve, inizia con il delineare un fatto importante già avvenuto: l’incidente alla cava del monte Shibure. Da allora il fuoco ha iniziato a bruciare a stento. Vengono introdotti poi diversi personaggi, come ad esempio Tae, che si scopre essere la figlia del pasticcere e sorellastra di Suwa. Le due sorelle avranno un ruolo cruciale durante la cerimonia estiva nei giardini Q. L’elemento del fuoco che stenta ad accendersi ritorna più volte, donando quell’elemento narrativo su cui si concentra la figura del pavone volante del titolo.
Nella seconda parte invece, i personaggi cambiano, o, pur identificati con lo stesso nome, hanno un ruolo diverso. Prima si introduce brevemente la figura di G, che ha perso il portafoglio e deve andare a denunciarlo all’ufficio postale del paese sulla montagna zigzag. Poi K, che si innamora di Mitsu, una tranviera della linea 4, che usa il suo tram anche a scopi personali. Il fratello di Mitsu è Q, che fa parte di una compagnia teatrale, ed è fidanzato, ma non conosce molto della futura sposa. Per fuggire dal proprio destino decide di andare a lavorare al Laboratorio Cranico. Cosa succederà ai due ragazzi? Capitolo dopo capitolo entreranno in gioco nuovi personaggi e creature insolite, sempre secondo il particolare stile dell’autrice, che esalta le immagini e rendendo la lettura variegata e stimolante.
Solo verso la fine arriva un piccolo chiarimento, in un capitoletto in cui si dice che: “Tutto questo accadeva solo nella parte in cui esisteva Q: nel mondo di K, invece, non c’erano che i soliti ponti di pietra percorsi dai tram e gli agglomerati di baracche sull’isolotto in mezzo al fiume. Ad accomunare K e Q, benché ciascuno a modo suo, era un bisogno di espiazione.”
La traduzione di Alessandro Passarella è un elemento fondamentale per la fluidità della lettura, ma lo è particolarmente la sua appendice, dal titolo “Troppi pezzi per un solo puzzle” in cui evidenzia lo stile frammentato dell’autrice, riportandone brevi cenni biografici e il suo percorso letterario, includendo alcune sue dichiarazioni, tra le quali l’ammissione che “Il pavone volante” ha “una natura episodica” che si chiude tornando al punto di partenza.
“Il pavone volante” è una lettura spiazzante, in cui bisogna lasciarsi trasportare senza farsi domande. Pur nella sua complessità, questo romanzo rappresenta un modo di narrare lontano dai canoni occidentali, e per questo ancora più prezioso.
Un plauso alla splendida copertina di Lucrezia Viperina, dai colori accoglienti e atti a rappresentare un punto centrale del libro.
Yamao Yūko è una scrittrice di letteratura fantastica e di fantascienza, considerata una delle migliori voci contemporanee del panorama giapponese. Vincitrice di numerosi premi, la sua scrittura è paragonata a quella di autrici e autori come Leonora Carrington, H.P. Lovecraft, Jorge Luis Borges. “Il pavone volante “è il suo primo romanzo tradotto in italiano.
Roberta Usardi








