La famiglia, la società, il nostro tempo: “L’estranea”, recensione di un film

“L’Estranea” è un lungometraggio del 2026 diretto da Paolo Strippoli e co-sceneggiato insieme a Salvatore De Chirico, Il film è una coproduzione internazionale che unisce Italia, Francia e Belgio, per una durata complessiva di 115 minuti. La pellicola è stata presentata alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e successivamente selezionata come candidato italiano ai Premi Oscar 2027 per la categoria del miglior film internazionale. L’uscita ufficiale nelle sale italiane è avvenuta l’8 ottobre 2026 e distribuito da 01 Distribution. (https://ucicinemas.it/cinema/uci-cinemas-showville-bari)
Il prestigioso cast vede Jasmine Trinca nel ruolo della protagonista Anna e Valeria Bruni Tedeschi nei panni dell’enigmatica figura del titolo, l’estranea. Accanto a loro recitano Adriano Giannini, che interpreta il marito Walter, Romana Maggiora Vergano nel ruolo della figlia Alice, insieme ad Andrea Genovese e Andrea Rossini nel ruolo di Tobia.
Le vicende prendono il via nel 1999 a Bari, dove Anna riceve da una donna misteriosa una proposta agghiacciante: un patto per guarire la gamba della figlia Alice, azzannata da un cane, in cambio del corpo e del destino del figlio Tobia, destinato all’obesità. L’accettazione di questo accordo scatena una serie di compromessi oscuri che segnano l’inesorabile declino della ricca famiglia Colonna. Tra drammi e sventure, come la morte del marito Walter, la maledizione si estende fino alle generazioni successive, arrivando a una definitiva e drammatica resa dei conti che si consuma a Roma nell’anno 2026, sullo sfondo di una devastante alluvione.
Dal punto di vista tecnico e artistico, la pellicola si distingue per la suggestiva fotografia curata da Cristiano Di Nicola, capace di valorizzare le ambientazioni e sottolineare visivamente la progressiva discesa nel terrore dei protagonisti mentre la scenografia di Marcello Di Carlo ricostruisce con grande accuratezza le atmosfere storiche e il lusso decadente della famiglia Colonna. Il montaggio di Federico Palmerini scandisce con ritmo serrato i passaggi temporali e la tensione crescente della storia. La componente sonora gioca un ruolo altrettanto cruciale: le musiche originali sono state composte dal musicista francese Robin Coudert, in arte ROB, la cui partitura accompagna lo spettatore attraverso i quasi venticinque anni di storia familiare. Ad arricchire il comparto musicale vi sono inoltre celebri brani preesistenti che caratterizzano i diversi piani temporali, come il cult di fine anni Novanta “Narcotic” dei Liquido e la reinterpretazione di “Nessuno” da parte dei Baustelle.
Chi è l’estranea? Cosa rappresenta la famiglia? Cosa vuol dire “sentirsi arrivati”? E cosa vuol dire essere madre ed essere figlia? Siamo a Bari (o comunque in territorio barese) e te ne accorgi, finalmente, non dagli scorci patinati della città, ma dalle pose del padre perennemente abbronzato, dalle posture della madre, dai vestiti eleganti ma al limite del cattivo gusto, dalle battute sui soldi durante le feste che mostrano sempre cosa possiedi e mai chi sei veramente.
Entriamo nelle dinamiche di una famiglia “arrivata”, il commercio, la boutique nella via dello shopping, la “villa”, grande, arredata alla perfezione, la servitù da guardare dall’alto in basso; basta poco, però, per precipitare, per non irradiare più la luce bianca abbagliante: i figli non proiettano il mondo dei genitori, si imbruttiscono, si ritirano spontaneamente dalla gara, abbracciano le loro imperfezioni, deviano dai percorsi, amano, si vestono, lavorano a modo loro, mettono in crisi il quadro perfetto.
Quasi un trattato di psicoanalisi con uno sguardo assolutamente contemporaneo, un ritratto del nostro mondo, ma con un ritmo nuovo, incalzante, veloce, distopico e misterico allo stesso tempo, accompagnato da una colonna sonora perfetta e con luce e suoni quasi disturbanti.
Mi chiedo solo se nella patria (che è anche la nostra) del premio Oscar si possa capire fino in fondo, se sì, forse, possiamo dirci anche pronti al finale simbolico, a liberarci dall’opprimente senso dell’avere che ha fagocitato e distrutto il senso del nostro essere.
Mariangela Martino








