“Il paese della rabbia” di Francesco Cane Barca: l’uomo e la sua oscurità più profonda

Un incarico che diventa un incubo: questo succede a Corso, Berenice e Amalia, inviati del giornale FKR Magazine in un Paese straniero che ospita il Festival del Mare. Il luogo è bellissimo, l’alloggio presso Villa Castillo, nell’entroterra della cittadina sul mare, lo è altrettanto, in più, arrivati due giorni prima dell’evento, c’è tempo a sufficienza per rilassarsi come si deve. Unica nota particolare: una polvere gialla che ricopre alberi, fiori, terra: sembra una sostanza chimica, e dona all’ambiente un non so che di malsano.
“Il paese della rabbia” (Zona 42, 2026, pp. 172, euro 12,90) di Francesco Cane Barca mette subito in chiaro, già dal primo capitolo, che è successo qualcosa di grave, inevitabile, e l’unica cosa che si può fare è sopravvivere. La narrazione in terza persona si alterna a quella in prima persona del protagonista, Corso, che non è un eroe, anzi, è solamente un uomo che si adatta in fretta alla situazione, senza farsi troppi scrupoli, nonostante la gravità delle azioni che compie, ma quando si tratta di vita o di morte, non c’è più confine tra giusto e sbagliato. Esiste solo la sopravvivenza, mors tua, vita mea.
“La gente impazzisce anche qui. Lo dicevo mesi fa al bancone con qualcuno che non basta scappare in campagna o vivere in una città di mare. La pazzia ti prende lo stesso se vuole.”
Pagina dopo pagina, la trama avvolge il lettore e lo porta con sé in un incubo dal quale non si riesce a scappare, servendosi di una delle emozioni umane più temibili e imprevedibili. “Il paese della rabbia”, con la sua copertina inquietante e il colore rosso sangue, racchiude nel titolo già tutto. Cosa c’è di più viscerale della rabbia? E di più terribile, quando scoppia all’improvviso e annebbia i sensi, i pensieri, portando alla ribalta solo un istinto feroce e dal quale non si può sfuggire?
Corso è un antieroe, che si ritrova per caso in una situazione tragica, incurante del suo incarico, concentrato sul momento presente, senza particolari propositi, che non manca di un certo egoismo. Eppure, ci si sente vicini a lui, nonostante tutto. La rabbia che invade la piccola cittadina di mare offre immagini truculente e angoscianti, senza lasciare scampo o dare spiegazioni, ed è questo l’elemento più terrificante. La rabbia non ha una radice certa né un rimedio a cui aggrapparsi. Non esistono più confini, gli altri sentimenti non hanno forza, a volte neanche l’istinto di sopravvivenza ce la fa più, tuttavia, per chi rimane sano, “”La paranoia completa può dare consapevolezza” e offrire delle vie di fuga, finché si può.
“Il paese della rabbia” è un viaggio oscuro e inquietante, che attraversa l’animo umano esponendo le sue debolezze più grandi. La rabbia è come una malattia, e quando arriva non ci sono mezzi per reprimerla.
L’autore ha creato un mondo da cui non si riesce a uscire; ne consiglio la lettura (possibilmente lontano dai pasti) perché non c’è verità più sconvolgente di scoprire quanto sia profonda la propria oscurità. E poi, chi non l’ha mai provata, la rabbia?
Roberta Usardi








