“Il dio dei bisogni” di Philip Gelatt & JT Petty: la magia e il lato oscuro dell’uomo

Quanto sarebbe bello se si potesse usare la magia? E se esistesse davvero qualcuno in grado di crearla?
In “Il dio dei bisogni” di Philip Gelatt & JT Petty (Zona 42, 2026, pp. 104, euro 10,90, traduzione di Giorgia Loschiavo) succede proprio questo, la magia entra a far parte della società e viene presa d’assalto, tutti la vogliono acquistare, perché, sì, si tratta di un vero e proprio prodotto in vendita, con tanto di brevetto e istruzioni per il corretto uso.
Invitato a un talk-show, in quanto primo sestilionario al mondo, Sullivan Kingsley è il fondatore di MAGI, nata come piccola impresa che si occupava di “costruire strumenti per costruire strumenti”, ma è riuscita ad espandersi spropositatamente grazie alla magia, che si presenta sotto forma di piccole fate impacchettate e pronte all’uso, ma non proprio innocue.
“Cambiare il mondo è ancora in cima al nostro ordine del giorno.”
Tuttavia, quello che dall’esterno può sembrare una grande scoperta, in realtà nasconde ben altro: Sullivan è totalmente privo di empatia, e votato sempre e solo al profitto o all’esaltazione di sé stesso grazie alla propria ricchezza. Non si cura più di tanto del fatto che è odiato su larga scala, anche se quando viene colpito da un frappè alla vaniglia molto particolare durante una dimostrazione pratica della magia, si sente colpito nella propria autostima.
Philip Gelatt e JT Petty, noti sceneggiatori e registi, oltre che scrittori, hanno elaborato una storia che, seppur breve, tieni inchiodati dall’inizio alla fine in modo disturbante, mettendo in risalto la crudeltà dell’uomo, e fino a dove è disposto a spingersi pur di non sacrificare sé stesso. Il protagonista, Sullivan, è l’emblema di una ricchezza distorta, priva di emozioni, fondata su apparenze che non producono alcuna reale soddisfazione. È e rimane solo nel suo ego, senza alcun pentimento o spiraglio di coscienza. E così sono anche gli altri personaggi, che come scopo hanno solamente il proprio beneficio a scapito di chiunque altro.
Già prima di iniziare la lettura viene indicato che quanto scritto narra le memorie incompiute di Sullivan, dettate e redatte (ma non rilette) da Kvasir Scrivener, il dio norreno della poesia, della pace e della produzione di bevande.
“Il dio dei bisogni” si legge tutto d’un fiato, e tra una pagina e l’altra, viene da chiedersi se la magia non sia solo un modo diverso di dire “progresso tecnologico digitale” e voglia fare da avvertimento, oppure se descrive solamente, con la giusta dose di inquietudine, la parte più oscura dell’essere umano.
Roberta Usardi








