“Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo” in mostra ai Musei Capitolini

Ospitata in cima al Campidoglio, tra le stanze di Villa Caffarelli, fino al 13 dicembre 2026, la mostra “Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo” consente un’affasciante escursione tra cinque decenni dell’arte pittorica messicana, in un lasso di tempo compreso tra fine Ottocento e metà Novecento. Un percorso di immagini, una genealogia latinoamericana che annovera i capolavori di Kahlo, Lozano, Velasco, Tamayo, Orozco, Izquierdo, Montenegro, Siqueiros. Predominanti, tuttavia, sono i dipinti di Diego Rivera, ovvero la mano che educò un’intera generazione, l’influente artista in grado di trasformare l’iconografia di una nazione, aprendo al processo estetico conosciuto come “Modernismo messicano”.
Il percorso espositivo – promosso da Roma Capitale e prodotto in collaborazione con MetaMorfosi Eventi e il Museo Kaluz di Città del Messico sotto la curatela di Miguel Fernández Félix e Alberto González Torres – accoglie il visitatore avvolgendolo in una luce calda, un abbraccio soffuso che contrasta e dialoga amabilmente con l’impatto iniziale: nelle prime sale domina una dimensione severa, quasi austera, muscolare, legata ai rigori accademici e alla forza primordiale degli esordi. Si scopre presto che questo è un equilibrio in continua evoluzione. Man mano che ci si addentra nelle stanze, l’atmosfera si scalda progressivamente, catturando i colori e le vibrazioni dei luoghi vissuti da Rivera. È qui che emerge il suo straordinario talento di assimilazione e ibridazione culturale, che lo porta a metabolizzare le lezioni d’Europa e dei grandi Maestri, come le metafisiche geometrie di De Chirico, le visioni oniriche e spiazzanti alla Dalì, fino alla luce degli Impressionisti, per fonderle in una sintesi personale e completa.
È la sintesi di una vita irrequieta, iniziata a Guanajuato nel 1886 in un’agiata famiglia d’origini spagnole. Diplomato all’accademia di San Carlos ma subito insofferente al tradizionalismo, nel 1907 Rivera fugge dalla dittatura di Porfirio Diaz grazie a una borsa di studio, sbarcando nel Vecchio Continente, in Spagna, dove si rapporta immediatamente con i fermenti dei circoli letterari. La sua pittura, tuttavia, cambia nettamente due anni più tardi, quando si trasferisce a Parigi, nella città delle avanguardie, dei saloni, delle esposizioni. Osserva, studia, assimila elementi tecnici reinterpretandoli secondo la personale dimensione, il proprio sentire, il proprio essere. A Montparnasse conosce Modigliani, Picasso, Gris, Apollinare; resta ammaliato dal Cubismo quel tanto che basta, finché ne distilla la forza espressiva, poi si spinge oltre. Soggiorna in Italia, si imbeve di classicità, studia la composizione di Giotto, la proporzione di Masaccio, i giochi di luce di Michelangelo. Nel 1920 torna in una patria liberata dai fucili di Madero, Pancho Villa e Zapata; in una terra tutelata da una costituzione che regola diritti sociali e la proprietà pubblica delle risorse. A restituire lo sguardo e la densità di quel clima irripetibile concorrono anche le splendide fotografie di Tina Modotti, ammirabili lungo il percorso.
Oltre che dipingere Rivera, legge Marx, ne fa un credo. Appoggia la richiesta di asilo politico a Trockij rompendo con il partito Comunista messicano, concepisce l’arte come propaganda sociale, come epico senso narrativo, diventa figura cardinale del “Rinascimento messicano”. Celebra radici, bellezze, colori, costumi, speranze di una popolazione postrivoluzionaria; immortala operai e braccianti in contesti storici, in pose plastiche. Per siffatte universali istanze, però, il perimetro ristretto di una tela non risulta sufficiente; servono spazi ben maggiori e visibili a tutti. Rivera decide di usare i muri, sposa visceralmente la promozione da parte dello Stato dell’arte pubblica, s’impegna nella campagna culturale promossa dal filosofo e politico José Vasconcelos. Sventolando la bandiera del “Realismo Sociale”, dell’unificazione nazionale; realizza opere monumentali decorando le facciate del centro di Città del Messico, come Epopea del popolo messicano e Canto della rivoluzione.
In questo crescendo cromatico ed emotivo, che culmina nei toni incandescenti del Messico, si avverte con forza silente la presenza di Frida Kahlo. Una presenza che non viene enfatizzata lungo il percorso, ma di cui si respira l’essenza vibrante, il soffio vitale che ha attraversato e segnato intimamente l’esistenza e l’arte di Rivera.
Le oltre centoquaranta opere esposte, di cui trenta firmate da Rivera, offrono una galleria simbolicamente trasversale di un linguaggio visivo talmente potente da produrre una identità culturale demolitrice di schemi obsoleti, efficace ponte tra passato e modernità. “Quando abbiamo iniziato, non avevamo opportunità; ci siamo preparati in silenzio e ci siamo creati la nostra opportunità” affermò lo stesso Rivera. E questo basta per spiegare la pienezza del risultato.
Dario Pontuale








