Hiram Salsano e Marcello De Carolis: il dialogo tra voce e chitarra battente nel nuovo singolo “Hirundini”

Lo scorso 8 maggio è uscito “Hirundini”, il nuovo singolo del duo Hiram Salsano e Marcello De Carolis, accompagnato dal videoclip ufficiale. Il brano, che anticipa l’uscita del disco nelle prossime settimane, affonda le radici nella tradizione orale del Sud Italia ponendola in un linguaggio sonoro contemporaneo. Ma andiamo più a fondo di questo brano, e non solo, facendo due chiacchiere con gli artisti.
In “Hirundini” la tradizione orale non viene conservata in modo filologico, ma trasformata: quando avete capito che volevate lavorare in questa direzione?
L’abbiamo capito nel momento in cui abbiamo preso in mano i nostri strumenti. La filologia è fondamentale per lo studio, ma per noi la musica deve respirare l’aria del tempo in cui viene suonata. Quando abbiamo iniziato a dialogare, è stato naturale non voler ‘congelare’ il passato. Abbiamo sentito l’esigenza di far reagire il suono appreso dagli anziani cantori e suonatori di musiche tradizionali con la necessità attuale d’espressione. La tradizione non è un oggetto fragile da teca, ma una materia duttile che rinasce ogni volta che viene manipolata con onestà.
Il brano sembra vivere continuamente tra memoria e presente: quanto è importante per voi evitare una visione “museale” della musica popolare?
È vitale. Il ‘museo’ implica qualcosa di immobile, spesso polveroso. La musica popolare, per definizione, è nata per accompagnare la vita: il lavoro, il lamento, la festa, ecc. Se la priviamo della sua capacità di evolversi, la uccidiamo. Per noi, evitare la visione museale significa trattare la memoria come un muscolo, non come un cimelio: deve restare in allenamento, deve servire a muoversi nel presente. Vogliamo che chi ascolta senta il battito di oggi, anche se il richiamo viene da un tempo lontano.
La figura della rondine attraversa tutto il progetto come simbolo di partenza e ritorno: cosa rappresenta per voi questa immagine?
La rondine è l’archetipo del viaggio ciclico. Rappresenta perfettamente il nostro approccio alla musica: partiamo dalle radici (la terra, il nido) per volare verso territori sonori nuovi, ma con la consapevolezza che torneremo sempre a quel nucleo originario. È anche una metafora della condizione umana e mediterranea: un andare e venire continuo, una ricerca di primavera che non dimentica mai il luogo da cui ha preso il volo.
Nel vostro lavoro la tradizione appare come qualcosa di fisico, vivo, mutevole: pensate che oggi ci sia ancora spazio per una rilettura autentica delle radici popolari?
Assolutamente sì, e forse oggi è più necessario che mai. In un mondo digitalizzato e spesso ‘immateriale’, il ritorno alla fisicità del suono — il legno della chitarra battente, la vibrazione della voce, il ritmo che batte sulla terra — risponde a un bisogno profondo di autenticità. La rilettura è autentica non quando copia il passato, ma quando il musicista ci mette dentro la propria verità. C’è spazio finché c’è qualcuno disposto a scavare nel fango delle radici per trovarvi qualcosa di nuovo.
“Hirundini” sembra costruire un ponte tra ritualità antica e sensibilità contemporanea: quanto vi interessa lavorare su questa tensione?
È il fulcro di tutto il nostro lavoro. Il rito ha una struttura eterna, ma il modo in cui lo viviamo cambia. Ci affascina esplorare come la tensione di un canto antico possa tradursi in una modulazione temporale moderna. Non cerchiamo il compromesso, ma l’attrito: vogliamo che la ritualità (fatta di ripetizioni e trance) si scontri con la nostra sensibilità di uomini del 2026. In quella scintilla, in quel punto di contatto, nasce la nostra musica.
Avete l’impressione che il Sud Italia custodisca ancora un patrimonio sonoro capace di parlare anche alle nuove generazioni?
Il Sud non è un archivio morto, è un generatore di energia. Se presentato senza i soliti cliché folkloristici o cartolineschi, questo patrimonio ha una forza primordiale che i giovani percepiscono immediatamente. Parla di identità, di appartenenza e di ribellione. Le nuove generazioni cercano messaggi che abbiano ‘corpo’, e il patrimonio sonoro del Sud ne ha da vendere. È una lingua che, risulta incredibilmente attuale.
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