Sofia Nappi e Christos Papadopulos alle Fonderie Limone per TorinoDanza

Continua il Festival TorinoDanza: questa settimana abbiamo avuto la fortuna e il piacere di esperire due spettacoli molto diversi e in qualche modo complementari laddove non affini. Il 23 settembre alle 19.30, nella Sala Piccola delle Fonderie Limone di Moncalieri, è stato presentato Pupo, con Evan Bescond, Bonni Bogya, Glenda Gheller, India Guanzini, Sem Houmes, Paolo Piancastelli e Senne Reus. La coreografia, liberamente tratta da Pinocchio, è di Sofia Nappi in collaborazione con Komoco, progetto coreutico fondato in collaborazione con Adriano Popolo Rubbio e Paolo Piancastelli. Il risultato è una sensuale narrazione sul concetto di metamorfosi, fra l’innocenza e la malizia, tra le tentazioni e la saggezza. I ballerini-burattini crescono, il loro muoversi si espande armonicamente e conquista l’attenzione dello spettatore, invitato a osservare le sottigliezze, gli accenni, i gesti ironici e le infantilità. Molto suggestivo il lavoro sulle luci di Alessandro Caso, come anche la scelta di accompagnare il racconto con musiche di Chopin (il Notturno n.20 sul finale), Yaron Engler (di cui consigliamo No one) e Dead Combo, sebbene uno Shazam clandestino abbia trovato anche gli Irfan e i Kids See Ghosts. Il linguaggio della compagnia è dinamico come la drammaturgia dei movimenti, la cui fluidità instaura un clima d’ipnosi: i danzatori, magnetici, costituiscono una coralità molto coerente, senza sprechi né strascichi.
Alle 20.45 era il turno di Landless, Senza terra, del coreografo greco Christos Papadopoulos (1976), un intenso e sciamanico assolo interpretato da Georgios Kotsifakis (1988). Commissionato dal LAC di Lugano, qui è stato presentato in una nuova versione, ma non conoscendo la prima non faremo confronti. Landless ci è apparso un unico passo portato allo stremo, una macchina inceppata perché non vuole essere macchina, una performance in cui si conserva pochissima umanità e al cui interno convivono due espressioni opposte: in un primo tempo il danzatore rimane seduto per terra e guarda di sbieco il pubblico mentre pian piano asseconda il ritmo del paesaggio sonoro, col crescere della musica crescono i suoi scatti finché è in piedi; nel secondo segmento invece Kotsifakis, sempre rigorosissimo, riorganizza l’atmosfera sul palco con l’ausilio di una torcia, balla nel buio e il faro proietta il suo muoversi nell’aria. Avete mai visto il videoclip di Heroes? Il principio è simile, ma questo risultato è naturalmente più suggestivo. Sembra che si voglia suggerire una struttura segreta di emozioni private e impenetrabili. Sembra che il protagonista, solo sul palco come nel mondo, soffra di una sofferenza inesplorabile se non nei suoi afflati mancati, nelle code e nei virgulti del suo esistere in isolamento, segregato in sé stesso. I gesti appaiono minimi e minimalisti, ma al pubblico arriva un senso di sconfinata e implosa grandiosità. Ostenta naturalezza, eppure con ogni suo micromovimento e con ogni sussulto, spara sulla folla, e i proiettili non finiscono mai. Appare involutivo perché è una cellula impazzita in un mondo sconfinato e senza scene, dove l’unica cosa che accade (seppure con sempre maggiore impeto) è la concomitanza dei bassi elettronici con la coreografia, come un codice Morse; e tutto ciò può apparire fine a sé stesso; eppure (qui come in Pupo) è il processo d’ipnosi che deve ammaliare, è quella la cosa giusta da vivere. Lasciarsi trasportare. L’agire dell’interprete, la cui devozione quasi spaventa, riferisce ed esemplifica le condanne personali, i destini che potevano andar male e si son risolti peggio. Dunque chi guarda è invitato a godere e temere il delirio dell’abitudine, ad aborrire la comodità che tanto ricerchiamo. Per sottrazioni, questa performance sveste l’umano di ciò che all’umano piace: rimane in campo ciò che vogliamo evitare, ciò che nascondiamo, ciò che ci assorda. Per certi versi sembra di guardare Vladimiro rimasto senza Estragone o viceversa, e aspettare Dio nella solitudine fa più male. In gruppo è un’illusione, da soli può uccidere. Forse si potrebbe individuare una controparte di Kotsifakis nella musica di Jeph Vanger: dieci minuti di acufene, altri dieci di quei rumori delle risonanze magnetiche, e poi un gran circo di house postmoderna, acuminata, esausta, che a noi è piaciuta moltissimo. Landless è un lavoro volutamente monotonale, che non vuole ispirare niente e nessuno ma celebrare qualcosa di oscuro e indicibile, e per questo merita di essere applaudito con calore, com’è stato a Moncalieri.
Davide Maria Azzarello









