“L’ultimo nastro di Krapp / Quella volta”: lo sguardo al passato di Beckett al Teatro Elfo Puccini di Milano

Un cubo dalle pareti bianco latte, forse una gabbia, o forse semplicemente l’involucro di una mente. Non si vede al suo interno, fino a quando le luci in sala non calano e si riesce a scorgere al suo interno il contorno di una scrivania e un lampadario. E seduto alla scrivania, un uomo.
Questo è l’inizio di un duplice spettacolo che vuole omaggiare il drammaturgo irlandese Samuel Beckett con due sue piéce: “L’ultimo nastro di Krapp / Quella volta”, in scena fino al 17 maggio in prima nazionale al Teatro Elfo Puccini di Milano, con la traduzione di Gabriele Frasca, l’intelligente regia di Francesco Frongia e la meravigliosa interpretazione di Ferdinando Bruni.
Bruni dà voce, e soprattutto corpo, a due uomini di età avanzata, diversi, ma in un certo senso anche simili, perché entrambi sono rinchiusi nei loro schemi, tra pareti che nella vita non hanno mai valicato. In “L’ultimo nastro di Krapp” le azioni hanno il ruolo fondamentale, e sono tante, come ben indicate nelle didascalie del testo originale; servono a creare l’identità matura di un uomo al confronto con il passato di trent’anni prima. Krapp infatti, dopo essersi gustato una banana ed essere scivolato sulla sua buccia, va a prendere le scatole che negli anni ha accumulato e che contengono i nastri, o forse meglio dire bobine (con una “i” molto lunga, mi raccomando!) registrate in occasione del proprio compleanno. Ascoltandosi nella registrazione del trentanovesimo compleanno, Krapp ha reazioni di disappunto, a volte di sorpresa, che lo portano a fermare il nastro, a commentare con versi e gesti. Nell’ascoltarsi, Krapp sa di aver rifiutato diverse possibilità nella sua vita, dall’amore, al successo, per restare ancorato a se stesso, fino in fondo, nella sua gabbia che ancora lo circonda e di cui non si pente affatto.
“Ci fu mai un’altra volta, oltre quella volta?”
In “Quella volta”, l’espressione del corpo è la staticità; in scena si scorge solamente il viso di un uomo, incorniciato da lunghi capelli bianchi. Le pareti del cubo servono, in questo caso, a proiettare in grande, su tre lati, il suo viso, con gli occhi chiusi, mentre lo spazio viene riempito a livello sonoro da tre voci, che arrivano da punti diversi della sala, e che incalzanti si alternano e accelerano il ritmo. L’uomo può solo prendere fiato tra un flusso di ricordi e l’altro, e poco altro.
“L’ultimo nastro di Krapp / Quella volta” è uno spettacolo ottimamente riuscito, da cui il forte sodalizio Bruni – Frongia esce vincitore. I due testi, scritti da Beckett a circa vent’anni di distanza l’uno dall’altro, colpiscono per il modo di affrontare il tempo che passa e il rapporto con il proprio passato. In comune hanno il rimanere incatenati alla mente: se nel primo testo si ascolta il passato, lo si critica, ma senza effettivi rimpianti, dall’altro ci si lascia inondare senza reagire. La regia di Francesco Frongia ha reso perfettamente questa immagine, e unendo i due testi, ha creato un perfetto bilanciamento tra movimento e immobilità.
Pensando a oggi, qual è il rapporto con il nostro passato, con il nostro io di dieci, venti, o trent’anni fa? Quali pensieri e reazioni affiorano ripensando a “quella volta che…”? Un ottimo punto su cui riflettere.
Roberta Usardi
Fotografia in copertina di Laila Pozzo









