Gabriele Parpiglia racconta il volto oscuro dell’odio online

Come nasce l’odio online? Chi c’è davvero dall’altra parte dello schermo? Come ci si difende? E, soprattutto, quale guadagno si nasconde dietro un accanimento apparentemente gratuito?
Sono domande che lasciano attoniti, soprattutto quando ci si ritrova improvvisamente nel mirino senza conoscerne il motivo, senza sapere chi stia alimentando quell’odio e perché. È un male che irrompe nella quotidianità e ne spezza la serenità, trasformando una giornata qualunque in qualcosa di profondamente destabilizzante.
È ciò che è accaduto a Gabriele Parpiglia, giornalista, autore e produttore tv e scrittore, quando – in un giorno di serenità e felicità – qualcuno aveva iniziato un countdown contro di lui. Da questa esperienza personale nasce il libro “Sotto attacco di hater” (Mursia, 2026, pp. 144, euro 15), che indaga i meccanismi della violenza digitale e le conseguenze che può avere sulla vita di chi la subisce. Si diventa l’obiettivo, lo scopo dell’odio. Si finisce al centro di una dinamica perversa, in cui l’aggressore sembra trovare ragione di esistere proprio nell’attacco alla sua vittima. Senza di te, non esiste nemmeno lui. Un paradosso crudele, nel quale chi colpisce lega la propria esistenza alla persona che perseguita, trasformandola nel centro delle proprie azioni. Tutto diventa un pretesto da usare contro di te, un dettaglio sul quale costruire menzogne. Anche un semplice like, lasciato su un profilo qualsiasi, può diventare qualcosa da distorcere. Ogni gesto viene passato al setaccio, ogni interazione può alimentare nuove insinuazioni. I fatti finiscono così per lasciare il posto a narrazioni fittizie. L’hater utilizza la bugia, manipola la realtà e cancella deliberatamente il confine tra verità e menzogna.
Qual è, allora, la strategia per sottrarsi a questo meccanismo? Il segreto, spiega l’autore, è sempre e solo uno: “non rispondere”. Non alimentare la provocazione, non offrire altro materiale a chi cerca un pretesto per colpire. Sottrarsi al gioco dell’aggressore può diventare il primo passo per riprendersi il proprio spazio, senza rinunciare alla necessità di tutelarsi. E, ancora, qual è la differenza tra un bullo e un hater? Chi sono, invece, i segnalatori?
«L’hater spara. Il segnalatore consegna il proiettile sotto forma di carezza fake».
L’ambiguità di un comportamento apparentemente innocuo può contribuire ad alimentare l’attacco ed è forse questo il momento peggiore. Infatti, esiste un momento in cui non sai nemmeno più di chi ti puoi fidare, sai solo che vorresti vivere solo serenamente la tua vita, ma ti senti rinchiuso in una scatola, come se ad ogni tuo movimento corrispondesse l’ennesima minaccia: una vera e propria gabbia.
Ci sono, poi, i casi nazionali che dovrebbero farci fermare e riflettere, vicende che non possono essere liquidate come semplici fatti di cronaca. Basti pensare alla dedica di questo libro: un pugno nello stomaco.
Ci sono storie che diventano simbolo delle conseguenze devastanti della diffusione non consensuale di contenuti intimi e della gogna mediatica. Non ci sono più profili, commenti e condivisioni, ma vite segnate da una violenza che ha travalicato ogni confine e familiari che hanno dovuto affrontare il dolore della perdita, impegnandosi a restituire dignità alla memoria. Ciò che troppo spesso dimentichiamo quando ci muoviamo nella dimensione digitale è che dietro un contenuto c’è una persona, con una storia che merita rispetto. Il fatto che tutto questo avvenga attraverso uno schermo, non rende meno reali le conseguenze.
Con questo piccolo volume, Gabriele Parpiglia ci invita a guardare oltre le apparenze e a interrogarci sulle responsabilità individuali e collettive. L’odio online, infatti, non è alimentato soltanto da chi scrive un insulto o pubblica un contenuto offensivo, ma possono contribuire anche la curiosità morbosa, la condivisione inconsapevole e l’indifferenza di chi assiste senza intervenire. La violenza si trasforma in spettacolo e finisce per coinvolgere un pubblico che spesso non si interroga sulle conseguenze delle proprie azioni. Parpiglia parte dalla propria esperienza per allargare lo sguardo a una questione culturale, sociale e umana, invitandoci a riconoscere i meccanismi dell’odio e a individuare strumenti per difenderci. E sarebbe opportuno parlarne e parlarne sempre, soprattutto ai giovani che vivono in questi meccanismi ancor più di noi adulti.
Marianna Zito








