“Sotto attacco di panico. La mia storia, il mio burnout, la mia ripartenza” di Gabriele Parpiglia

Quando qualcosa non va, il primo ad accorgersene è il nostro corpo. I segnali sono inequivocabili, dall’insonnia al diventare improvvisamente cagionevoli, dall’asocialità alla stanchezza cronica. Sono segnali chiari ed evidenti che non riusciamo o non vogliamo subito vedere e soprattutto non vogliamo accettare. Finché non arriva il momento decisivo, quello in cui ci si trova a scegliere se perdere o ricominciare a giocare con più tenacia di prima.
Nel volume “Sotto attacco di panico. La mia storia, il mio burnout, la mia ripartenza” (Mursia, 2025, pp. 222, euro 17), Gabriele Parpiglia si racconta schiavo dell’angoscia, dei pensieri ossessivi e degli psicofarmaci, fino a trovarsi dipendente e rinchiuso in un vortice senza fine. Cosa stava accadendo a Gabriele senza che lui stesso se ne riuscisse a rendere conto? E come poteva uscire da tutto questo, per avere finalmente una vita normale? Gabriele Parpiglia parla del suo problema senza se e senza ma, sviscerando in un flusso di coscienza episodi rilevanti del suo passato, aneddoti lavorativi sublimanti e altri intrisi di amarezza, analizzando passo dopo passo cosa ha fatto sì che diventasse schiavo degli attacchi di panico e del burnout, quel feroce stress emotivo legato al lavoro.
Cosa si fa per sopravvivere, o meglio ancora, ricominciare a vivere? Si accetta. L’autore ci spiega che il primo vero passo è accettare sé stessi e la propria malattia, riconoscerla per curarla, individuarne le cause e sconfiggerla. Il primo passo è proprio la consapevolezza di ciò che siamo o che siamo diventati per ripristinarci e ricominciare meglio di prima, anche se spesso, per comprenderlo, bisogna arrivare al limite o a guardare la morte in faccia, come è successo a lui stesso. Ed è questo il momento dello switch off, del cambiamento che ci porterà verso la salvezza.
A salvare Gabriele è l’EMDR – Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari – “un approccio terapeutico che mira ad aiutare le persone a superare traumi e disturbi legati all’ansia”: seguendo un oggetto mosso dal terapeuta, il paziente elabora ricordi traumatici per creare associazioni positive legate all’evento; un percorso che va dal dolore alla rinascita, utilizzando tutto il tempo utile e necessario per guarire. Le mancanze da adolescente hanno creato in Gabriele profondi baratri nell’età adulta, l’assenza di un padre e del vuoto che quest’ultimo lascia, innesca sensi di colpe di altrui mancanze di cui inevitabilmente ci siamo fatti carico.
Ma bisogna lavorare a 360 gradi, lavorare su più fronti, cercare il proprio posto sicuro, staccarsi dalle critiche, allontanandosi dalle persone che per noi sono nocive, la cui unica funzione è distruggere e causare dolore agli altri.
Riconoscere le nostre “persone antipanico” e imparare ad avere la consapevolezza degli opportunisti o dei veri amici diventa davvero necessario. Quando le farmacie prendono i posti dei musei e diventano l’unico edificio importante da visitare nelle grandi città, bisogna iniziare a porsi delle domande, fermarsi e respirare. Cosa sta accadendo? Questo è il momento cruciale per chiedere aiuto, ccettarlo e ritenersi fortunati per aver intravisto quella mano tesa, anche se fosse la.sola e unica mano protesa verso di noi.
Raccontare errori e paure, l’ossessione del fallimento, combattere la tendenza a colpevolizzarci, imparare a gestire lo stress, trovando il nostro posto sicuro nel mondo; e ancora viverlo quel mondo, immersi nella natura e rilassarci, dedicando a noi stessi più tempo possibile. L’importante è arrivare a parlare di tutto questo, per vincere la sofferenza, per non farsi consumare dentro, stringendo sempre forte quella mano tesa verso di noi.
Un libro necessario, che non omette nulla, dove a farla da padrona è una scrittura prorompente, gettata lì senza ripensamenti, in cui forse si esprime troppa gratitudine verso altri, dimenticando che qui il protagonista principale è ed e stato sempre e solo uno, Gabriele. A volte non capiamo che se qualcuno ci stima e vede del buono in noi, è solo grazie a ciò che siamo e a ciò che riusciamo a dare. A volte bisogna solo fare qualcosa che abbiamo sempre fatto ma che con il tempo abbiamo smesso di apprezzare fino a dimenticare come si fa. A volte, come qui Gabriele insegna, bisogna solo reimparare, da soli, a respirare.
Marianna Zito








