“Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi” al MAXXI di Roma

L’arte contemporanea non ha di certo un compito rassicurante, infatti trovarsi di fronte al paradosso in diverse forme può generare anche qualcosa che somiglia a un moto di rifiuto, disagio o spaesamento.
La linea dissacrante che attraversa la mostra “Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi” al MAXXI di Roma fino al 20 settembre 2026 – con la curatela di Andrea Bellini e Francesco Stocchi, in collaborazione con il Centre d’Art Contemporain Genève – non cerca di sicuro la bellezza armoniosa, ma prende vita dalle macerie del Novecento, come un atto di sfiducia verso ogni forma di retorica e di sacro. Se le opere di Manzoni, Cattelan o Cuoghi disturbano chi guarda, è perché non si limitano alla beffa, ma usano il grottesco e il quotidiano per farci comprendere le ipocrisie del nostro tempo. È quindi necessario attraversare il percorso espositivo con questa consapevolezza, per riuscire a leggerlo nella sua forma migliore, catturandone l’essenza.
L’esposizione è davvero imponente: oltre 130 artisti e 300 opere, che abbracciano un arco temporale di 80 anni, si susseguono tra i piani e i corridoi degli ampi spazi del MAXXI senza seguire una rigida cronologia, rintracciando come chiave identitaria ciò che il filosofo Giorgio Agamben definisce una “caparbia intenzione anti-tragica”. Tra gli artisti in mostra: Gianfranco Baruchello, Elena Bellantoni, Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga, Alighiero Boetti, Monica Bonvicini, Maurizio Cattelan, Adelaide Cioni, Roberto Cuoghi, Gino De Dominicis, Luciano Fabro, Lucio Fontana, Chiara Fumai, Silvia Giambrone, Nicole Gravier, Piero Golia, Piero Manzoni, Liliana Moro, Valerio Nicolai, Paola Pivi, Giuseppe Penone, Carol Rama, Lorenzo Scotto Di Luzio e Gilberto Zorio.
È così che – camminando- ci troviamo di fronte, ad esempio, il lavoro di Lucio Fontana “Io sono un santo”, scritto su una carta intelata, che sul retro riporta la frase provocatoria “Io sono una carogna”. Proprio lì nelle vicinanze, ci sono la celebre “Merda d’artista” di Piero Manzoni e le monumentali torte, per la prima volta in Italia, di Roberto Cuoghi. Girando lo sguardo si vede già “La nona ora” di Maurizio Cattelan, il celebre Papa colpito da un meteorite disteso su una piazza rossa, a riflettere sulla fragilità del potere. In un’altra galleria si apre un’ulteriore grande piazza su cui troviamo drammaticamente il suo “Novecento”, il cavallo imbalsamato e sospeso, a lasciarci un forte senso di inquietudine e apnea.
Dalla Lampada annuale di Alighiero Boetti, programmata per accendersi per pochi secondi una sola volta all’anno, il percorso apre a riflessioni sul rapporto tra uomo e natura, come nel lavoro di Giuseppe Penone, in cui un cumulo di patate accoglie elementi anatomici in bronzo, “suggerendo una continuità tra materia naturale e materia plasmata dall’uomo”. Si aggiunge poi l’opera monumentale di Lorenzo Scotto di Luzio, in un curioso scambio tra ironia e sacro. Sorprendono e inquietano nei loro colori e nel loro dramma, le dodici sculture di Pinocchio di Mario Ceroli, e così via per altre centinaia di opere. Più si procede e più ci ritroviamo sorpresi, spiazzati e incuriositi.
“L’ironia non fornisce soluzioni, ma apre uno spazio di ambiguità in cui lo spettatore è chiamato a confrontarsi con la propria posizione”, sottolinea il co-curatore della mostra Francesco Stocchi, ricordandoci che, a volte, non sono le rassicurazioni a farci comprendere ciò che osserviamo, bensì la capacità di abitare i dubbi che scaturiscono da quelle stesse domande.
Marianna Zito








