“Doppia Esposizione”: l’arte di perdersi e ritrovarsi con Tommaso Tam

Con “Doppia Esposizione”, Tommaso Tam porta l’ascoltatore in un territorio in bilico tra caos e introspezione, tra deviazione e fragilità. Il doppio volume nasce come reazione alla rimozione del suo precedente lavoro dagli scaffali digitali, ma si trasforma rapidamente in un esperimento radicale: il Volume 1 sfida algoritmi e abitudini, mentre il Volume 2 ritorna alla parola e alla vulnerabilità. In questa intervista, Tam racconta il processo creativo dietro il progetto, tra gesti intenzionalmente destabilizzanti, micro-narrazioni emotive e il tentativo di restituire all’ascoltatore la libertà di perdersi e ritrovarsi nella musica.
Nel Volume 1 – Il Sintomo sembri voler sottrarre la musica a qualsiasi riconoscibilità. In che modo si compone un brano quando l’obiettivo è impedirgli di trovare un posto nel mondo digitale?
Nel Volume 1 ho lavorato come se stessi sabotando me stesso. Componevo partendo da una regola: se qualcosa sembrava familiare, la eliminavo. È un modo di scrivere quasi archeologico, dove cerchi di liberare la musica da tutte le etichette che le si incollano addosso. Volevo brani che non potessero “mettersi in fila” negli scaffali digitali: niente strutture rassicuranti, niente durata standard, niente comfort. È un disco che non chiede di essere capito: chiede di essere ascoltato senza pregiudizi, e già questo oggi è un atto rivoluzionario
I titoli del Volume 1 sembrano micro-narrazioni autonome, quasi frammenti di un diario surreale. C’è un filo invisibile che li tiene insieme, o hai volutamente lasciato che fossero episodi slegati, come sintomi appunto?
Sono sintomi, ma appartengono allo stesso corpo. Ogni titolo è una piccola fenditura su una stessa instabilità emotiva. Non volevo un concept, ma un insieme di fiammate: lampi che non fanno luce abbastanza a lungo da orientarti. La verità è che mentre li scrivevo ero più interessato al gesto che al risultato: la loro coerenza non è narrativa, è biologica
Parli di un disco “che l’algoritmo non può profilare”. Secondo te, oggi, cosa resta della libertà dell’ascoltatore dentro un sistema che decide cosa e quando ascoltare?
Resta la disobbedienza. L’ascoltatore libero oggi è quello che sceglie di uscire dalla carreggiata, che va a cercare ciò che non gli viene proposto. Gli algoritmi non sono cattivi, fanno il loro lavoro. Ma rischiano di trasformare la curiosità in un’abitudine. Questo disco nasce proprio per rimettere il rumore dentro un sistema che vuole tutto ordinato. La libertà resta nel gesto di cliccare qualcosa che non sai dove ti porta.
Volume 2 – La Cura torna alla parola ma senza rinunciare alla tua inclinazione obliqua. È stato più difficile “nascondere” (come nel Volume 1) o “mostrarsi” di nuovo attraverso la voce e il testo?
Mostrarsi è sempre più difficile. Nel Volume 1 avevo il privilegio dell’ombra: mi muovevo in un terreno dove nessuno si aspettava niente da me. Nel Volume 2, invece, devi scegliere ogni parola sapendo che ti rappresenta. Però mi interessava proprio questa vulnerabilità: non volevo farmi perdonare nulla, ma neanche proteggermi più. In un certo senso Volume 1 è una ferita, Volume 2 è il cerotto.
Ti riconosci di più nella deviazione del Volume 1 o nella fragilità del Volume 2?
In entrambi, perché sono due modi di sopravvivere. La deviazione è quando senti di non appartenere a nessun posto. La fragilità è quando decidi di dirlo ad alta voce. Volume 1 sono io che scappo, Volume 2 sono io che mi volto indietro e ammetto che stavo scappando.
Hai definito il progetto come un tentativo di mettere in crisi l’orientamento degli algoritmi. Qual è, invece, l’orientamento ideale che vorresti lasciasse in chi ti ascolta davvero?
Vorrei che chi mi ascolta provasse la sensazione di non essere sicuro di dove si trova. Non per confondere, ma per liberare. Quando non hai un orientamento preciso, sei costretto a sentirti. Mi piacerebbe che l’ascoltatore uscisse da questo progetto con una domanda in più e una certezza in meno. Le certezze non fanno arte: fanno statistiche.
“Doppia Esposizione” è una guarigione, o solo un altro modo di convivere con il caos?
È un manuale di sopravvivenza, non una guarigione. È accettare che il caos non si può sconfiggere, ma puoi imparare a danzargli intorno senza finirci dentro ogni volta. La doppia esposizione è proprio questo: sovrapporre due stati, due versioni di te, e vedere cosa rimane quando le metti una sopra l’altra. A volte rimane una cicatrice, a volte una luce. Molto spesso entrambe.
https://www.instagram.com/tommasotam.music/
https://www.facebook.com/tommaso.tam/








