“Il libro della giustizia” di Andrea Panatta: un viaggio profondo e illuminante dentro se stessi

Scoprire se stessi, sempre di più, attraverso il contatto con il nostro io più profondo. Una missione complessa, ma necessaria, che apre porte laddove si pensava non esistesse neanche uno spiraglio. Andrea Panatta ne “Il libro della giustizia – Nuovi dialoghi con i maestri invisibili” (Edizioni Spazio Interiore, 2026, pp. 208, euro 18), ha compiuto un viaggio di evoluzione emozionante, e lo racconta con sincerità. L’autore, come già compiuto nel precedente scritto “Il libro della grandezza”, si trova in un momento di svolta della sua vita e in un periodo storico, quello delle restrizioni Covid, che non aiutava di certo nel riequilibrarsi.
“La cosa più difficile è vedere le proprie macchinazioni inconsce.”
Tra dubbi, sensi di colpa, e le mancanze, l’autore torna a dialogare con i propri maestri interiori, l’anziano e la strega, che lo guidano e lo consigliano sul da farsi, o semplicemente lo aiutano a riflettere, non sempre con i risultati sperati. Ma anche questo aspetto, così tremendamente umano, fa parte del cammino dell’anima attraverso gli eventi, in cui spesso prevale il senso di ingiustizia, e lamentele e senso di persecuzione sono all’ordine del giorno. Ma dove si trova ciò che è “giusto” invece?
“E chi ha detto che la vita o il mondo dovrebbero essere giusti? Giusto o sbagliato sono solo concetti umani, che nel grande disegno non hanno alcun significato.”
L’autore offre i suoi momenti di crisi ai suoi maestri, riconosce dei cicli che si ripetono, senza trovarne uscita. O ancora, continua a cercare “fuori” un Maestro che possa guidarlo, senza accorgersi che “dentro” c’era già tutto ciò che gli serviva. Tuttavia, gli errori sono una parte fondamentale di apprendimento, e anche di preparazione per riuscire a comunicare con il nostro Dio interiore, sempre presente, ma a cui così poco ci affidiamo.
“Ognuno incontra sempre se stesso e il suo passato, almeno finché non diventa cosciente.”
Tutto ciò che fuori ci contrasta o che ci attrae riflette ciò che abbiamo dentro, nel bene e nel male, e finché non provvediamo a sciogliere i pesanti nodi del passato, in primis quelli legati alla famiglia di origine, non avverranno cambiamenti sostanziali, perché l’essenza, lo spirito, ciò che siamo ne rimane intrappolato. Incontrando però se stessi, senza paura, anzi, con gratitudine, e ascoltare ciò che fino a poco prima non si pensava possibile, permette di progredire e di vedere davanti a sé una nuova visione del mondo.
La copertina de “Il libro della giustizia” è rappresentativa di questo momento, raffigura l’apice di tutta la narrazione, e un importante picco emotivo. Cosa rappresentano il ciclope e il bambino? Per svelare il mistero, l’unico modo è lasciarsi avvolgere dalle pagine e arrivarci da sé, affrontando insieme all’autore il cammino di consapevolezza.
“Il libro della giustizia” è un testo bellissimo ed emozionante: ciò che l’autore mette per iscritto risuona inevitabilmente anche in chi legge, perché le domande che pone sono comuni all’essere umano, così come anche le avversità che a volte sembrano non svanire mai. Perché ostinarsi a cercare fuori quello che già si ha dentro? Perché si ha così paura del passato, se in esso vi è la chiave per il futuro?
I dialoghi con i maestri invisibili sono un punto fermo, a volte spiazzante, a volte persino spietato, ma che non perde mai di vista la verità che ognuno di noi custodisce dentro di sé, così come quella giustizia profonda che, staccando la mente, trova radice in ogni cosa.
Roberta Usardi








