“Bubuš”, la follia è una tentazione

“Bubuš” (Voland, 2025, pp. 224, Euro 19,00) è un romanzo di Julia Kissina, fotografa, performer e scrittrice, nata a Kiev nel 1966. Rifugiata politica, nel 1990 è emigrata in Germania e si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera. Attualmente vive tra Berlino e New York dedicandosi a una doppia fortunata carriera di scrittrice e artista visiva.
“Mi piace vestirmi in maniera stravagante, ma non sono in grado di descrivermi. Nessuno è in grado di descrivermi. Sfuggo perfino a me stessa. No, di me non mi fiderei proprio.”
La protagonista si innamora di un poeta beatnik, ex alcolizzato, affascinante, ma anche patologicamente egocentrico e possessivo. Per lui, lascia Berlino: la sua casa, il suo lavoro, il figlio schizofrenico, un fidanzato surfista, e vola a San Francisco. Ed è proprio lei che in prima persona ci racconta la storia di una passione fatta di molta follia e pochi momenti di serenità, una quasi felicità. Arrivata in un’America ben lontana dall’immagine del paese delle grandi opportunità, si dovrà confrontare con il fantasma di una suocera onnipresente, gelosa e scampata alla Shoah, e con un amore strampalato, tossico diremmo in realtà, fatto di bugie, controllo ossessivo, molti sogni e poca realtà.
“Un’ora dopo mi diceva che assomigliavo a sua madre. Due ore dopo lo amavo già alla follia. Tre ore dopo avevo smesso di fidarmi di lui.”
In queste due righe, ci sono le parole chiave di tutta la storia: una madre mai lasciata andare, la follia, la (assenza di) fiducia. La protagonista lascia una vita ben organizzata, a cui si sente assuefatta, e si butta in un abisso ignoto, diventando Bubuš, un nomignolo inventato che porta come un abito non suo, non della sua misura. La coppia si muove in una giovinezza ostentata e prolungata oltre il termine massimo, mostrando una regressione all’adolescenza.
“Conosceva più l’infelicità della felicità, era il verme nella mela. Intorno a lui tutto invecchiava istantaneamente, decomponendosi e incrinandosi. La sua aura puzzava. Dio mio, quanto lo amavo!”
Entrambi cercano di rimuovere passato e futuro per ubriacarsi di irresponsabilità, e di mancanza di libertà per la protagonista: niente Facebook, niente telefono, niente uscite da sola, “il mondo ristretto addosso come un abito infantile”.
“Per lo più galleggiavamo nel brodo primordiale, nel caos, aggrappati spasmodicamente a nomi e oggetti che potevano diventare un punto di partenza.”
Ma c’è un’assenza asfissiante di mete, di equilibrio: ogni possibile punto di partenza diventa subito una fine, ed è difficile leggere e immergersi nel racconto senza giudicare. Fa rabbia vedere qualcuno che resta intrappolato, quando la trappola se l’è costruita con le proprie mani. Né la protagonista né il lettore capiscono dove finisce l’uomo e comincia la malattia, dove finisce la malattia e comincia il gioco, restiamo sospesi su un vulcano, pronti all’eruzione da un momento all’altro. Entrambi i personaggi sono accomunati da una visione dell’amore folle e autodistruttivo, amore come squilibrio che deve concludersi in tragedia. E la tragedia si evita solo se uno dei due rinsavisce, spezza le catene emotive.
“Se fossi ricca, gli comprerei una casetta, un giardino fiorito, un gatto e un bicchiere di latte! Gli prenderei una colf e una cuoca, prenderei una bambinaia a questo vecchio soldato, lo terrei fra le braccia come un bambino piccolo e gli canterei canzoni di guerra. Ma non ho soldi per comprare un giardino, né la voce per cantare, né braccia per stringerlo. E non ci sono proprio, oppure tra pochissimo non ci sarò più, perché ciascuno di noi è somma, fascio, risultato, folla, perfezione, esperienza, mutazione e finale. Anche la mia vita è un finale. Ed al finale che volge ormai.”
Laura Franchi








