Il focolare è vuoto e tutti gli angeli sono qui

Se tutto può essere imposto con la forza, il pensiero no. È il margine minimo – e insieme decisivo – che la protagonista de L’angelo del focolare difende mentre la famiglia la reclama, la corregge, la consuma. In lei resta vivo ciò che ricorda: la sé di un tempo, il figlio com’era prima che il padre gli chiudesse l’orizzonte. La memoria come ultimo spazio non negoziabile. Da questa fenditura si apre lo spettacolo scritto e diretto da Emma Dante, che ne firma anche scenografie e costumi.
La famiglia in scena è un gruppo scultoreo in movimento, un insieme che si compatta e si frantuma di continuo: quattro corpi che si definiscono nella distanza e nella collisione, senza mai trovare un equilibrio. Leonarda Saffi dà alla moglie una presenza che non è remissiva né eroica, ma attraversata da una tensione costante: un corpo che sembra sul punto di cedere e invece rilancia, che assorbe i colpi e li restituisce in un gesto, in una parola, in un tentativo di pensiero che non si lascia estinguere. Per contro, il marito (Ivano Picciallo) ostenta la propria virilità come una forza che non argomenta, non spiega, non esita: la violenza è la sua grammatica. Bersaglio di questo continuo abuso è anche il figlio, che David Leone costruisce come una fuga senza direzione, un ragazzo che tenta di sottrarsi a un destino imposto. Anche quando per un istante, quasi per gioco, si apre un varco attraverso cui riemerge il sé fanciullo e innamorato delle canzoni, l’irruzione del padre spezza brutalmente la scena. Giuditta Perriera, che zampetta avanti e indietro con il suo grammelot (un siciliano reinventato, denso e musicale) incarna la suocera come presenza laterale eppure decisiva, testimone che non interviene, figura che conferma con il silenzio la tenuta del sistema.
La scenografia è domestica e minimale, ma non statica: sono gli attori a portare dentro e fuori gli oggetti, a costruire e smontare la casa a ogni ingresso, come se l’ambiente fosse un’estensione dei loro ruoli più che un luogo da abitare. Il ferro da stiro, il filo elettrico, la poltrona, il water: oggetti d’uso comune che cambiano funzione a seconda di chi li maneggia, diventando armi, troni, appigli. La casa non esiste mai davvero, si compone e si sgretola sotto gli occhi del pubblico, una struttura instabile che respira con i personaggi. La colonna sonora (Dalida, Carrà, Branduardi) sospende la vicenda fuori dal tempo, in una sorta di eterno presente. E proprio sulle note di Branduardi arriva il culmine: la danza della madre, il ballo dei suoi sedici anni, la notte in cui la sua intera esistenza è stata sconvolta. La scena si svuota, gli oggetti scompaiono, le luci stroboscopiche frantumano il movimento in lampi. Non è liberazione: è un ritorno all’origine, un atto di verità che non salva ma illumina. Assistere oggi a L’angelo del focolare significa guardare la violenza domestica nella sua forma più quotidiana, quella che non fa rumore e proprio per questo si ripete. Dante non spiega e non attenua: mette in scena un sistema che si autoalimenta. Il lavoro lungo e ostinato degli attori, la loro immersione nella realtà e la sua trasformazione in gesto scenico danno vita a un teatro politico non perché enuncia una tesi, ma perché obbliga a sostenere lo sguardo su ciò che è già lì davanti a noi e che nella vita quotidiana tendiamo a rimuovere.
Visto all’Auditorium Melotti di Rovereto, venerdì 20 marzo. La tournée prosegue al Teatro Kismet di Bari, sabato 28 e domenica 29 marzo 2026.
Pier Paolo Chini
Fotografia di Masiar Pasquali








