“Gli occhi della scimmia” di Krisztina Tóth

“Gli occhi della scimmia” (Voland, pp. 320, Euro 20,00) di Krisztina Tóth è stata l’opera di narrativa più venduta in Ungheria nel 2022 e si è aggiudicato il Nók Lapja per il miglior romanzo contemporaneo ungherese e il premio del pubblico Merítés-díj. Nata a Budapest nel 1967, Krisztina Tóth è un’acclamata scrittrice, poetessa e traduttrice dal francese. È autrice di circa quaranta libri tra prosa, poesia e storie per bambini e vincitrice di importanti riconoscimenti.
“Mi affrettai a salire su un altro vagone della metro ma il tipo che era sulle mie tracce si accorse di dove andavo. Mi venne dietro. Si lasciò cadere sul sedile di fronte e rimase a fissarmi imperturbabile per tutto il tempo. Tentai di evitare il suo sguardo affinché non fosse stimolato dal contatto visivo. So che in momenti del genere non bisogna guardare le persone in faccia perché due occhi puntati addosso potrebbero essere considerati un incoraggiamento, nella peggiore delle ipotesi perfino una provocazione. Li trovano una giustificazione alle loro psi-cosi, lo specchio in cui scorgere sentimenti torbidi.”
In un paese senza nome e senza tempo, dove una devastante guerra civile ha lasciato la società divisa tra gli agiati filogovernativi e i poveri che vivono in aree segregate, Giselle e il dottor Kreutzer si incontrano. La donna, sull’orlo di un crollo emotivo dopo essere stata seguita per settimane da un giovane sconosciuto, si affida alle cure dello psichiatra, dando il via a un duplice viaggio che lascia emergere il passato di entrambi: storie di donne e uomini, mogli e mariti, madri e padri, mentre il potere e i suoi meccanismi lavorano instancabilmente.
La trama e dove ci porterà sembrano essere chiari fin dall’inizio. Ma la penna abile della Tóth ci trascina in tutt’altra direzione, quasi ci volesse destabilizzare, scuotere. E lo fa davvero bene. Partendo da due soli personaggi, Giselle e il dottor Kreutzer, ci ritroviamo presto nel campo della manipolazione, dell’intreccio, dell’inganno. E il resto dei personaggi che emerge, non molti per la verità, è in grado di raccontare molti tipi umani, e soprattutto inseriti in un contesto di non democrazia. Definito da alcuni distopico, il romanzo appare fin troppo (tristemente) realistico: quartieri e accampamenti vari per i poveri e, per chi supporta i governanti, quartieri protetti: dai bambini sudici, dagli ubriachi, dalle tende improvvisate. Dalle paure. Dalla minaccia di quel che potrebbe essere se non aderisci al sistema. Kreutzer è la chiave di lettura e l’emblema di un regime dispotico in cui lo lasciano credere di avere potere, cinicamente usato per schiacciare gli altri, per poi finire schiacciato quando non è più utile. O meglio quando deve non volontariamente immolarsi per una causa ritenuta più alta.
La grande abilità della Tóth è quella di parlarci di temi importanti, legati al sociale, alla politica, alla libertà, che richiedono un’attenta riflessione, senza farlo davvero. Lascia il compito alle storie comuni dei suoi personaggi: una donna insoddisfatta, una moglie perennemente tradita, un figlio che crede di aver trovato la madre, un uomo incapace di amare qualcuno che non sia sé stesso, un governatore il cui obiettivo è raggiungere lo scopo, non importa come. E quando davanti agli occhi ci appare un nuovo filone, pensiamo di aver perso qualche pezzo nella lettura, ed è invece un altro tassello di un puzzle in cui tutto combacia perfettamente.
“Perché, cosa significa essere felici? Sul serio, cosa? Non mi sono mai sentita felice in vita mia. Nel senso che non so interpretare cosa la gente intenda con questa parola. Soddisfazione, tranquillità, magari sentimenti ardenti? Un desiderio irrefrenabile che non si placa mai? Da tanto tempo non desideravo più mio marito, ma non lo consideravo un problema. Lo so, è così per la maggior parte delle persone, si impregnano dell’odore dell’altro, e quando ormai riconoscono in anticipo toni e gesti, si sfiorano sempre meno, anzi cercano di evitare ogni contatto fisico. nebulizzano con un deodorante il bagno quando ci entrano dopo il partner, e non si mettono in bocca con piacere il cucchiaio già leccato ma non per questo si rivolgono a degli specialisti.”
Ciò che caratterizza i personaggi è l’infelicità, intesa come rassegnazione. Sono incapaci di reagire, consapevoli che “la creatura in carne e ossa alla quale ti aggrappi con determinata disperazione come una pianta secca al terreno nel vaso, a quel terreno acido che si può togliere dal vaso tutto in blocco, consapevole che la creatura in carne e ossa in realtà non assomiglia in niente all’altra che hai creato con la tua immaginazione. È solo un avatar che hai dotato dei tuoi desideri. Rischiosamente sconosciuto.”
E nemmeno la ricerca della verità e la sua scoperta sembrano portare liberazione, ma solo altri vincoli, altri inganni, maneggiati da chi nel tuo dubbio vede un’opportunità. Come succede nelle migliori non-democrazie.
Laura Franchi








