“Tutto il mio folle amore lo soffia il cielo”: Mino Manni racconta Pier Paolo Pasolini, tra parole e musica

“È impossibile dire che razza di urlo sia il mio…”
È così che inizia “Tutto il mio folle amore lo soffia il cielo”, lo spettacolo che ha inaugurato, lo scorso 10 luglio, la rassegna La Corte degli Angeli presso ilTeatro degli Angeli di Milano.
Parole declamate con intensità che catturano all’istante, e che poi tengono subito a precisare che quell’urlo è una prova di esistenza, ed è destinato a durare. Quell’urlo appartiene a una personalità che ha dato molto all’Italia, anche se si studia ancora troppo poco nelle scuole.
Mino Manni, che ha ideato e composto questo spettacolo, ha scelto di rendere omaggio al grande Pier Paolo Pasolini, raccontandone la vita e l’arte nei suoi punti più significativi. Nato nel 1922 a Bologna, Pasolini trascorre un’infanzia e giovinezza colma di vitalità e gaiezza, e da un forte legame con la madre Susanna. Ma si parla anche del suo rapporto con la religione, dei suoi studi, del suo arrivo a Roma.
Episodi importanti della vita di Pasolini, inframezzati da momenti musicali: in scena sono presenti, oltre a Mino Manni, tre bravissimi musicisti: Silvia Mangiarotti al violino, Francesca Ruffilli al violoncello, Mattia Signaroldi alle chitarre. Ma la vera chicca sta nell’aver pensato di inserire anche dei testi di Pasolini, messi in musica, e diventati famosi: “Febbraio”, da “La meglio gioventù” (1954), “Cristo al Mandrione”, scritta per Laura Betti nel 1966, la “ballata” di “Uccellacci e Uccellini” (!966) e la meravigliosa “Cosa sono le nuvole” (1968), che contiene il verso da cui ha preso il titolo lo spettacolo. Questi brani, insieme ad altri non dell’autore, tra i quali un’intima versione a cappella di “Croce e delizia” da “La Traviata” di Verdi, per celebrare l’incontro tra Pasolini e Maria Callas, sono stati soavemente interpretati dalla splendida voce di Marta Rebecca.
Pasolini non è stato un artista a senso unico, quindi ha perfettamente senso dare spazio, oltre che alla parola, alla musica e al canto. Non poteva mancare il tema dell’omosessualità, che Pasolini visse in modo piuttosto complesso, e che venne usata come arma politica, giudiziaria e denigratoria per screditare il suo lavoro. La sua uccisione, ancora avvolta nel mistero, avvenuta tra il 1 e il 2 novembre 1975, lascia aperte ancora tanti quesiti. Ciononostante, di Pasolini sono rimaste tantissime opere, che vanno lette, rilette e tramandate.
Un’ora e mezza di parole e musica, ma soprattutto di anima e celebrazione artistica, dall’ottimo risultato. Il pubblico è rimasto colpito e ha reagito con un meritato scroscio di applausi.
Roberta Usardi








