Michee: l’equilibrio perfetto tra rigore manageriale e anima pop

Dalla precisione del business svizzero al calore della musica d’autore: Michee racconta la sua “seconda vita” artistica. In questa intervista, il cantautore esplora il legame indissolubile con le sue radici lucane, la sfida di produrre musica indipendente con una cura maniacale per il dettaglio, e l’emozione di ritrovare sé stessi davanti al pubblico, trasformando l’esperienza di una vita in canzoni senza tempo.
Il tuo sound è stato spesso descritto come un mix di eleganza e potenza. Come lavori alla ricerca sonora in studio per far sì che ogni brano rispecchi questo equilibrio?
Cerco sempre di mantenere un alto livello di manodopera, coinvolgendo professionisti come chitarristi, tastieristi, batteristi e bassisti per la sezione ritmica. In seguito, aggiungo suoni sintetici e moderni, variando per dare il giusto colore all’emozione che voglio trasmettere con la canzone.
Molti dei tuoi brani sembrano avere una forte componente narrativa. Ti consideri più un “raccontastorie” o un musicista che parte dall’emozione sonora pura?
I miei brani nascono da un’emozione che ho provato e che sento il bisogno di condividere con il mondo. Comincio sempre con una combinazione di musica e parole.
La Svizzera è un crocevia di culture diverse. In che modo vivere in un ambiente così variegato ha influenzato la tua apertura verso generi musicali differenti?
La Svizzera è un Paese con quattro lingue nazionali: tedesco, francese, italiano e romancio. Alle elementari ci facevano cantare canzoni in francese, che era la lingua obbligatoria; alle superiori, invece, è stato il turno dell’inglese. Crescendo con quattro lingue ho potuto comprendere i testi di molti brani e approfondire la mia conoscenza musicale.
Il passaggio da una vita dedicata al business alla musica richiede un grande coraggio. C’è stato un momento di dubbio o un ostacolo particolare che hai dovuto superare per legittimare questa tua “seconda vita” artistica?
Avendo intrapreso questo percorso in età matura, inizialmente avevo qualche timore di non rispecchiare l’immagine ideale per la mia musica.
Parliamo del tuo rapporto con il palco: dopo anni passati a gestire dinamiche aziendali, cosa provi nel momento in cui ti trovi davanti al pubblico e la connessione diventa puramente emotiva?
Nonostante il mio percorso professionale, ho sempre mantenuto un contatto diretto con il pubblico, anche se a livello familiare o nei pianobar. Gli applausi sono fondamentali: un vero e proprio barometro che misura la qualità delle canzoni.
Le tue produzioni sono note per la cura maniacale dei dettagli. Quanto tempo dedichi alla fase di arrangiamento e quanto invece lasci spazio all’improvvisazione durante le sessioni di registrazione?
A volte servono mesi per trovare il groove e l’arrangiamento perfetti, cambiando e ricambiando finché non sono soddisfatto. Quando poi presento il lavoro ai musicisti, loro aggiungono sempre quel tocco in più che eleva il pezzo. Per esempio, nel brano “Vita con te”, Luca Colombo ha creato un arrangiamento di chitarra davvero speciale, del quale ho realizzato anche una versione acustica su YouTube.
Hai citato spesso il legame con le tue radici lucane. C’è qualche elemento della tradizione musicale o culturale della Basilicata che, anche inconsciamente, porti dentro le tue canzoni moderne? E se dovessi scegliere una colonna sonora per la tua vita, quali sarebbero i tre brani (non tuoi) che non potrebbero mancare?
Delle mie radici porto sicuramente l’accento, tipico delle mie vocali e del Sud, il mio nome d’arte (Michee) e alcuni Walzer che ho scritto, come “Dolce Mistero”. I tre brani della vita? Sicuramente “Prendila così” di Mogol/Battisti per l’arrangiamento, “Fotografie” di Baglioni per un testo che ti trasporta dentro un album di ricordi e “Dubbi non ho” di Pino Daniele per l’anima Jazz che ha dentro.
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