EL MUNIRIA, una mostra di Marcello Tedesco in Marocco

Villa El Muniria, 1 Rue Magellan, Tangeri, Marocco.
Dal 8 al 28/11/2026
El Muniria (la luminosa) è l’ultimo progetto ideato dall’artista Marcello Tedesco (Bologna, 1979), nato a seguito di un suo viaggio in Marocco compiuto un anno fa. La sede della mostra e la città scelta costituiscono indizi importanti per mettere a fuoco questo nuovo capitolo della sua ricerca.
Tangeri è un luogo quasi mitico, che nel corso del Novecento ha attirato innumerevoli artisti e scrittori, da Delacroix a Matisse, da Bacon a Genet, Bowles e Burroughs, per citarne solo alcuni. Ciò che probabilmente attrasse questi autori, accomunati dal desiderio di portare il linguaggio artistico e letterario verso forme sempre più radicali e inesplorate, era la potente energia di fusione tra culture e popoli che la città esprimeva in modo unico e, per certi versi, scandaloso.
Tangeri sembrava capace di accogliere tutti indiscriminatamente e di fondere ogni visione, ogni esperienza e persino ogni delirio in una forma inedita, all’interno della quale le tradizionali strutture di organizzazione e controllo della città apparivano temporaneamente sospese. La sua stessa posizione geografica contribuiva a renderla un luogo di soglia, sospeso tra mondi differenti, tra Africa ed Europa, tra Mediterraneo e Atlantico, tra Oriente e Occidente. Più che appartenere interamente a uno di questi ambiti, Tangeri sembrava trarre la propria identità proprio dalla possibilità di attraversarli e metterli in relazione.
Questa condizione di passaggio contribuiva a creare un clima favorevole alla ricerca di nuove combinazioni esistenziali. La città diventava così non soltanto uno scenario, ma una sorta di dispositivo capace di produrre contaminazione: un luogo nel quale identità, lingue, culture e comportamenti potevano incontrarsi e modificarsi reciprocamente. Sebbene oggi lo stato delle cose sia cambiato, di quella condizione sopravvive ancora un retaggio, una particolare predisposizione a integrare nel proprio tessuto l’alterità , una possibilità che Tedesco individua come uno dei motivi fondamentali della sua ricerca.
Con questo progetto Marcello Tedesco intende, da un lato, collocarsi nello stesso orizzonte degli artisti che lo hanno preceduto nell’eleggere Tangeri come luogo di elaborazione artistica; dall’altro, andare alla ricerca dei prodromi di libertà ancora sopravvissuti nella città e nei suoi abitanti. Non si tratta, tuttavia, di una semplice operazione di recupero nostalgico di una stagione del passato. Ciò che interessa all’artista è piuttosto comprendere se, nella memoria e nella struttura stessa di quel luogo, sia ancora possibile rintracciare una disposizione all’apertura capace di contrastare le forme contemporanee di intolleranza e paura.
La volontà dell’artista è individuare una formula capace di invertire quello che percepisce come un processo di progressiva atrofizzazione della coscienza, determinato dall’affermarsi, a livello globale, di posture di aperta ostilità nei confronti di tutto ciò che non coincide con il modello egemonico dominante. L’atrofia della coscienza non coincide necessariamente con una privazione esplicita della libertà: può manifestarsi anche come progressiva incapacità di immaginare alternative, di entrare in relazione con ciò che è diverso, di mettere in discussione le categorie attraverso le quali interpretiamo il mondo.
In questo senso l’arte assume per Tedesco una funzione precisa: riattivare la capacità di percepire ciò che tende a essere occultato, e soprattutto, riaprire lo spazio delle possibilità. L’esercizio dell’arte diventa così la metafora di un processo capace, simultaneamente, di leggere i retroscena degli accadimenti sociali in corso, portandone alla luce le finalità più profonde, e di indicare un possibile antidoto. L’opera non offre necessariamente una soluzione, ma costruisce un luogo nel quale la possibilità di pensare diversamente può ancora essere esercitata.
Il viaggio diventa così un viatico per una dilatazione della coscienza, un movimento di apertura e di superamento delle strutture che ne ostacolano il processo vitale. Il percorso geografico si trasforma in un percorso interiore: raggiungere l’altrove significa, in ultima istanza, confrontarsi con una parte sconosciuta di sé.
La sede scelta dall’artista per la mostra è il leggendario albergo El Muniria, luogo di passaggio e di transito, dove, agli inizi degli anni Cinquanta del Novecento, William Burroughs scrisse Il pasto nudo, allucinato resoconto dei molteplici dispositivi attraverso i quali il potere esercita il proprio controllo sulla mente degli individui. La scelta di questo luogo non è dunque un semplice riferimento storico o letterario. Un albergo, per sua stessa natura, è uno spazio temporaneo: non è una casa, non è una destinazione definitiva, ma un luogo abitato da persone provenienti da un altrove e destinate a ripartire. El Muniria diventa così parte integrante del progetto, un luogo di transito che ospita un’opera dedicata al viaggio e alla trasformazione.
Così come alla base de Il pasto nudo vi è la volontà di far emergere una verità cruda, al di là di ogni forma di mascheramento, anche nelle opere di Marcello Tedesco la ricerca della verità passa attraverso l’evocazione immaginativa di alcuni episodi della vita del grande viaggiatore originario di Tangeri, Ibn Battuta (1304–1377). La sua presenza introduce nel progetto un ulteriore livello: il viaggio geografico diventa paradigma di un percorso esistenziale, nel quale l’incontro con l’ignoto non rappresenta un semplice attraversamento dello spazio, ma una trasformazione del soggetto che viaggia.
Un lungo rotolo di carta (cm 45×350) trattato a tecnica mista, raccoglie visioni di un viaggio notturno attraverso paesaggi desertici e montuosi, incontri con entità soprannaturali, primordiali strumenti di trasformazione e sublimazione, animali magici e misteriosi strumenti a percussione. Questi elementi non costituiscono soltanto frammenti di una narrazione magica: sembrano piuttosto figure attraverso le quali ciò che normalmente rimane invisibile può diventare percepibile, per un’avvenuta apertura della coscienza.
Attraverso un linguaggio che amalgama con naturalezza contemporaneo e antico, Oriente e Occidente, reale e immaginario, l’opera racconta il lungo viaggio che Ibn Battuta compì verso terre remote, sconosciute e spesso pericolose, ma anche quello che ciascuno di noi è chiamato a intraprendere per realizzarsi pienamente come essere umano. La forma stessa dell’opera riproduce, in questo senso, il principio che attraversa l’intero progetto: l’ibridazione.
Marcello Tedesco non si limita a parlare della contaminazione tra culture e tempi differenti, ma costruisce un linguaggio che la mette concretamente in atto, in un costante esercizio di disidentificazione, attraverso il quale diventa possibile sottrarsi, almeno temporaneamente, alle forme di pensiero e agli automatismi comportamentali che in qualche modo subiamo. In questa prospettiva Tangeri assume un valore paradigmatico: non è soltanto il luogo nel quale il progetto prende forma, ma il modello di una condizione mentale fondata sull’apertura, sulla contaminazione e sulla disponibilità all’incontro.
A chiudere il progetto sono tre opere su juta, dal sapore squisitamente nordafricano, che riprendono e sviluppano alcuni dei temi presenti nel rotolo. Anche in queste opere permane la tensione tra antico e contemporaneo, tra memoria e trasformazione, tra esperienza individuale e dimensione collettiva.
















