“Il giardino dei giorni infelici” di Nicola Lucchi

Non sempre, leggendo la trama in quarta di copertina, pensiamo di avere tra le mani un libro adatto a noi. Spesso ci diciamo inizio a leggere e poi vedo come va. Ecco, con Nicola Lucchi questo non pensatelo mai. Quando vi capiterà un suo libro tra le mani o qualsiasi suo scritto, leggetelo. Senza esitazioni. La sua scrittura non è soltanto avvolgente, ma profondamente coinvolgente, vi prende per mano e vi accompagna dentro la storia narrata, nelle vite dei personaggi, tra le loro case e i loro giardini. O sotto un ciliegio.
Nel volume pubblicato dalla Neo Edizioni,“Il giardino dei giorni infelici”, (2026, pp. 180, euro 16) a narrare la storia sono gli occhi e i pensieri di Olga, la pazza del paese, che diede alla luce Lucas, un figlio privo di lacrime sin dal giorno della sua nascita e che iniziò a parlare solo nel giorno in cui suo padre scomparve per sempre. E, inoltre, imparò a sorridere. Glielo insegnò suo nonno a sorridere in tanti modi, in base alle occasioni o a chi aveva di fronte, creando un vero e proprio “catalogo di sorrisi, per fingersi umano”.
La narrazione si muove tra il passato – smembrato dalla guerra – e il presente, perché Olga racconta eventi già accaduti, ma i dialoghi dei personaggi avvengono nel momento in cui la storia, macabra e oscura, man mano si svela, così come si svelano i corpicini o ciò che resta di coloro che un tempo furono bambini.
E poi ci sono loro, i piccoli, che orbitano tra i passi di Lucas e sua madre, sempre presenti e sempre pronti ad aiutare. Ma chi sono questi piccoli a cui Olga e Lucas sono legati da un filo invisibile e i cui corpi giacciono sereni all’ombra delle piante del giardino, “che in realtà era un bosco che in realtà era un cimitero”?
Il ciliegio nel cortile è vita, ombra e morte allo stesso tempo. È intorno a questo albero che si snoda l’esistenza di Lucas e della sua famiglia, una vita di miseria e solitudine, ma dove tutto man mano tornerà al proprio posto. Forse non proprio seguendo delle dinamiche prestabilite e con un lieto fine. Ma davvero il “lieto fine” è sempre lo stesso per tutti?
Marianna Zito








