Una tetra distopia al Regio di Torino: l’Andrea Chénier di Del Monaco con Gregory Kunde

Dopo una stagione di successo, aperta col coraggioso trio delle Manon, il Teatro Regio di Torino ha concluso in bellezza il mese scorso con un grandioso nuovo allestimento: Andrea Chénier, opera lirica e one hit wonder in quattro brevi e comodissimi atti musicati dal foggiano Umberto (Menotti Maria) Giordano sul criticabile libretto di Luigi Illica (ampiamente rimaneggiato da Giordano stesso) e presentato nel 1896 alla Scala, a un secolo esatto dagli eventi narrati. Il protagonista, Chénier, è un personaggio storico non più molto ricordato: poeta francese nato a Costantinopoli nel ‘62, collocabile per stile e contenuti fra il Neoclassicismo e Romanticismo, fu esponente del Club dei Foglianti (opposti ai Cordiglieri): in quanto monarchico costituzionalista, morì a trentun anni sotto la ghigliottina.
Questa nuova produzione è stata curata da Giancarlo Del Monaco, figlio del celebre tenore Mario, di stanza al Bolshoj e al Mariinskij. Esperto di Giordano e acclamato regista, ha voluto rappresentare e intendere la Rivoluzione Francese come madre di tutte le rivoluzioni. Madre del progresso, e del futuro. È l’inizio tonante della Modernità, e infatti la regia propone un primo atto di crinoline, tutto in rosa: l’Ancien Régime che deve essere abbattuto. Come spesso accade nell’opera, la salvezza può essere favorita dall’Amore, che qui sconfigge pure la politica: anche se Chénier verrà giustiziato, l’amata sceglie di condividere il patimento con lui, di fatto annullandolo per entrambi nel vortice di un idillio romanzato e straordinariamente toccante. Del Monaco è garanzia di solidità e consapevolezza, e con le scene di Daniel Bianco, i costumi di Jesùs Ruiz, le luci di Vladi Spigarolo e le coreografie di Barbara Staffolani, si delinea l’estetica grazie alla quale il fruitore può cogliere al meglio i contenuti, e trarne ispirazione. Il Vecchio Mondo, con le sue ingiustizie stantie, sta per crollare. A ricordarlo, un fauno danzante, ucciso dai kalashnikov dei militari che fanno irruzione sul palco. La Rivoluzione comincia ma porta con sé la distruzione, e bisogna scendere a compromessi, e si cambia tutto per non cambiare nulla? Annosa questione. Anzi, secolare. Nel secondo atto è invece il grigiore. Siamo in una prigione di perseguitati da una forza senza nome, tra bandiere senza stemmi, senza colori. Quel grigiore si mangia tutto, e si riconferma nel terzo e nel quarto atto, mentre la scena somiglia sempre più a un campo di concentramento.
L’assetto musicale, prevedibilmente, veste come un guanto le intenzioni della regia: Andrea Battistoni, per la prima volta alla guida dell’Orchestra del Regio, ha assicurato al pubblico una fruizione chiara e vivace: la trama sonora, inebriante quanto svilente, emerge risoluta mentre lo spettatore si gode la Marsigliese, e la Carmagnola che impazzava per le strade (tipico dell’opera di fine Ottocento è il tratto didascalico che garantisce uno svago istruttivo su più fronti). Battistoni, peraltro, è stato da poco nominato direttore musicale, e a ottobre inaugurerà il prossimo cartellone con la Francesca da Rimini di Zandonai. Come sempre, il Coro del maestro Ulisse Trabacchin lavora come una legione di affiatati che sempre più spesso trovano spazio per dar prova anche della propria capacità attoriale collettiva. Nulla da eccepire sulle voci: innanzitutto un grande plauso va al tenore statunitense Gregory Kunde (classe 1954), che da belcantista si è evoluto in cantante drammatico, e la cui performance sorprende per resistenza e immutata brillantezza del fraseggio e della declamazione. La soprano Maria Agresta, invece, interpreta Maddalena di Coigny in un crescendo: soave e leggera nel primo atto, si addensa in modo esponenziale nel lirismo e nella potenza e nella rabbia, senza mai rinunciare alla limpidezza. Infine, Franco Vassallo è un Carlo Gérard in splendida forma. Il cast si completa con Manuela Custer, Mara Gaudenzi, Federica Giansanti, Riccardo Rados, Vincenzo Nizzardo, Adriano Gramigni, Nicolò Ceriani, Daniel Umbellino, Tyler Zimmerman, Janusz Nosek.
Questo Chénier è convincente per varie ragioni. Fra tutte vogliamo evidenziare il fatto che qui (a differenza di molti spettacoli in cui dovrebbe accadere lo stesso) la Storia non è un fondale ma un personaggio vero e proprio che muove i fili e le trame. Con essa affiora la fragilità delle ideologie, e il confine con l’allegoria si assottiglia, mentre l’Utopia nella quale si era sperato si scioglie e tutti si accorgono che le loro piccole storie (e piccole vite) sono state calate a forza in una tetra distopia che è… il nostro presente?
Davide Maria Azzarello










