Una scomoda eredità: Alexander Langer alla prova

Capita, a volte, che uno spettacolo ci raggiunga prima di essere compiuto, quando è qualcosa in più di un testo letto a voce alta e qualcosa in meno di un allestimento vero e proprio (disegno luci, suono, pause, pieni e vuoti). ALEX. Vita e morte di Alexander Langer, testo e regia di Francesco Niccolini, al momento della nostra visione è esattamente questo: una prova filata nello spazio messo a disposizione dal Teatro Stabile di Bolzano, in attesa del debutto al Festival Dramma Popolare 2026 a San Miniato (PI) il prossimo 7 luglio.
Alexander Langer nasce a Vipiteno nel 1946, da padre medico viennese di origini ebraiche e madre farmacista tirolese. Crescere tra due culture diventa la sua cifra esistenziale e politica: già negli anni ’70 fonda il primo gruppo misto di italiani e tedeschi in Alto Adige e sceglie di farsi chiamare semplicemente Alex, un nome che funziona uguale in entrambe le lingue, il primo gesto di chi avrebbe passato la vita intera a costruire ponti. Contrario a ogni esclusivismo etnico, Langer si fa promotore di una filosofia della convivenza che parte dall’ascolto prima ancora che dal dialogo: riconoscere che un luogo non diventa meno familiare se oltre a noi ospita anche qualcun altro, che la propria lingua non perde legittimità se nello stesso spazio se ne parlano anche altre, e che nessuno viene sminuito dalla presenza del “diverso”. Pacifista convinto, nell’atroce silenzio di tutti i partiti italiani ed europei di fronte al genocidio bosniaco, arriva a invocare l’intervento militare ONU. Il 26 giugno 1995 scrive il suo ultimo articolo, L’Europa muore o rinasce a Sarajevo. Il 3 luglio si toglie la vita, a quarantanove anni.
Un tavolino, un leggio, due file di spettatori. L’interpretazione è affidata alla voce, al corpo e allo sguardo di Dimitri Frosali, in questo caso già in scena mentre il pubblico prende posto. È un’esperienza che ha il suo fascino e i suoi rischi: assistere a una materia che cerca la propria forma, osservare da vicino la figura che si libera dal blocco come i Prigioni di Michelangelo. Lo scalpello è già al lavoro, ma lascia tracce della mano che lo guida, tanto certosina nei dettagli quanto un po’ pigra nella visione complessiva. La drammaturgia è costruita come una lettera rivolta a San Cristoforo, figura cara allo stesso Langer, che nel gigante che porta il bambino Gesù sulle spalle leggeva il simbolo della fatica necessaria a traghettare il cambiamento. L’immagine ha potenziale, senza dubbio, ma usarla come struttura portante (e ridondante) rischia di produrre l’effetto opposto a quello cercato: trasforma Langer in un martire che avanza verso il proprio sacrificio con silenziosa certezza, e ridimensiona la portata del suo atto di estrema disperazione — il che, purtroppo, sembra un modo per non dover fare davvero i conti con il fallimento dell’umanità che è accaduto negli anni ‘90 e che accade di nuovo, oggi, sotto i nostri occhi. Frosali non risparmia nulla: voce, corpo e sguardo al servizio di un materiale difficile, restituisce il groviglio di pensieri e avvenimenti che Langer ci ha lasciato in eredità con chiarezza e precisione. Perché questa capacità espressiva non vada sprecata, vale la pena raccogliere l’ammonimento di Fabio Levi, reperibile sul canale YouTube del Museo storico del Trentino: «per chi scopre ora, quasi con meraviglia, la ricchezza delle riflessioni che ci ha lasciato, la scarsa conoscenza del contesto in cui quei pensieri sono nati rischia di farne idee magari giuste, ma separate dalla realtà, principi sì necessari ma astratti. Mentre tutto quello che Langer ha detto e fatto nella sua lunga e instancabile azione politica era profondamente radicato nella realtà concreta dei singoli momenti e proprio per questo ha avuto tanto maggior valore».
– Visto al Teatro Comunale di Bolzano, domenica 31 maggio 2026, nell’ambito della rassegna WORDBOX Parole per il teatro.
Pier Paolo Chini








