“Un uomo buono nei lager” di Aldo Scoppetta

“Un uomo buono nei lager” (Armando Editore, 2026, pp. 100, euro 12) è un libro piccolo e molto scorrevole, una sorta di diario che ripercorre l’esperienza vissuta in prima persona da Aldo Scoppetta durante la Seconda guerra mondiale. Aldo ha appena ventiquattro anni quando parte come ufficiale di complemento per l’Albania. Dopo l’8 settembre 1943, con il rifiuto di collaborare con i tedeschi e di aderire alla Repubblica di Salò, per lui inizia un lungo periodo di prigionia.
Il libro procede attraverso brevi capitoli, quasi tappe di un viaggio forzato, seguendo Aldo nei suoi continui spostamenti tra campi e città, soprattutto in Polonia e Germania. Non racconta soltanto i grandi avvenimenti della guerra, ma soprattutto la guerra vissuta nella quotidianità da chi era prigioniero: le giornate scandite dalla fame e dal freddo, gli interminabili trasferimenti, il lavoro, le privazioni, le notizie attese, la lontananza da casa e l’incertezza su ciò che sarebbe accaduto il giorno successivo.
Accanto agli aspetti più duri, però, trovano spazio anche i rapporti tra i prigionieri, la solidarietà, le conversazioni, i piccoli espedienti per sopravvivere e quei rarissimi momenti di normalità che, in una situazione del genere, assumono un valore enorme. Si attraversano così con lui la prigionia, l’avvicinarsi della fine della guerra, la liberazione e infine il tanto desiderato ritorno a casa.
La scrittura è semplice, diretta, quasi essenziale. In alcuni momenti, davanti a episodi così drammatici, avrei voluto sentire maggiormente le emozioni dell’autore, entrare un po’ di più nella sua paura e nella sua sofferenza. Eppure, andando avanti, questa caratteristica sembra diventare quasi la forza del libro: Aldo non cerca di commuovere il lettore, racconta quello che ha vissuto così come lo ricorda e come lo ha annotato. Proprio questa semplicità fa percepire che dietro quelle poche righe ci sono fatti realmente accaduti.
La cosa più colpisce, però, emerge anche dalle parole del figlio nella prefazione: tutta quella sofferenza non lo ha indurito. Non emergono odio o desiderio di vendetta. Al contrario, aver conosciuto la fame, la paura e la perdita della libertà sembra averlo portato ad apprezzare ancora di più la vita e a gioire delle piccole cose.
Ed è forse questo l’insegnamento più bello che lascia il libro: chi ha vissuto il peggio può tornare alla quotidianità riconoscendo come straordinarie proprio quelle cose che noi consideriamo normali e spesso diamo per scontate.
È una lettura breve, che si può finire velocemente, ma che lascia qualcosa. Perché alla fine non racconta soltanto ciò che Aldo Scoppetta ha vissuto nei lager, ma soprattutto ciò che, nonostante tutto, è riuscito a non perdere di sé. Ed è proprio allora che si comprende fino in fondo il titolo: “Un uomo buono nei lager”.
Giulia Di Nallo








