“Un tram che si chiama desiderio” al Teatro Franco Parenti di Milano: il turbine dei rapporti umani nella regia di Luigi Siracusa

Nel 1947 Tennessee Williams pubblicò il dramma “A streetcar named Desire”, che l’anno successivo vinse il premio Pulitzer. Un’opera teatrale che ha in sé una forte e disturbante componente emotiva, nonché tematiche scottanti per l’America di quegli anni. In Italia sbarcò per la prima volta nel 1949 a Roma al teatro Eliseo con la regia di Luchino Visconti. A livello cinematografico invece, non si può non ricordare la versione diretta da Elia Kazan nel 1951, con protagonisti Vivien Leigh, Marlon Brando, Kim Hunter e Karl Maiden.
Un testo che ancora oggi non finisce di appassionare per la sua potenza e spietatezza, i suoi temi ingombranti e i forti contrasti tra i personaggi. Un capolavoro che resta un punto di riferimento del teatro del XX secolo e che torna con la nuova produzione del Teatro Franco Parenti di Milano. Infatti “Un tram che si chiama Desiderio”, sarà in scena dal 7 novembre al 7 dicembre 2025, diretto dal giovane Luigi Siracusa, che cura anche le scene e i costumi.
Il giovane regista, già nella scorsa stagione, aveva portato sempre al Parenti un altro testo di Williams, “Lo zoo di vetro”; torna quindi a confrontarsi con il drammaturgo americano, e lo fa puntando l’attenzione sui quattro personaggi principali, facendoli agire in uno spazio circondato da alte persiane, anche sul soffitto. L’unico altro elemento presente è un contenitore trasparente, il baule di Blanche, e niente di più. Essenzialità della scenografia quindi, per dare spazio alla fisicità e alla giostra di emozioni che muovono non solo la protagonista, Blanche, ma anche gli altri personaggi, come un moto ondoso. Si può dire che l’intera messa in scena si muova secondo i moti sintonici o contrastanti dei personaggi, spesso portate agli estremi e raramente confinati dentro ciò che si può considerare normalità. E Blanche è il motore di tutto, per se stessa e per chi interagisce con lei: delle esplosioni di rabbia, delle frustrazioni, delle provocazioni, e il pubblico ne viene risucchiato, e in modo così potente in certi momenti, che sembra di essere parte integrante di ciò che succede sul palco. I costumi giocano un ruolo chiave, connotando l’anima dei personaggi. Blanche, come già dice il suo nome, indossa indumenti chiarissimi, e nonostante la sua fragilità emotiva dimostra anche molta risolutezza: non si lascia contaminare e distruggere da chi invece si pavoneggia della propria forza. L’interpretazione meravigliosa di Sara Bertelà esprime tutta la delicatezza del personaggio così come la sua inevitabile rovina, che sin dall’inizio è ben chiara. Blanche ha in sé l’innocenza di chi agisce per il bene, ma che finisce male. La sorella Stella, interpretata da una convincente Silvia Giulia Mendola, ha con la sorella un rapporto molto complesso, ma alimentato da un autentico affetto. A differenza di Blanche però, Stella vuole proteggersi, a ogni costo, tenersi stretta la sua vita anche a patto di scendere a scomodi compromessi, e non ambisce ad altro. Anche lei indossa abiti dal colore tenue, azzurrino, e anche lei ha già scelto la sua strada, che non intende cambiare. Il marito di Stella, Stanley, un vibrante Stefano Annoni, è il perfetto emblema del macho che non ha delicatezza e che ama dare sfoggio della propria forza, guidata da un istinto a volte più animale che umano; anche il suo abbigliamento riflette la sua personalità, che Blanche identifica subito come rozza e spesso volgare. Infine Mitch, un lodevole Pietro Micci, mostra un’eleganza e un fascino in ogni movimento: nel modo di interagire con Blanche, nel tono di voce che riesce a rimanere quasi sempre pacato nel turbinio del vortice emotivo in cui si trova.
“Non devo assolutamente perdere il controllo.”
Sono queste le parole che Blanche si ripete per poter andare avanti, e che fanno da vademecum per tutto lo spettacolo, mostrando chiaramente quanto sia inerme.
Un’ultima nota va alla traduzione di Paolo Bertinetti, che aggiunge ai dialoghi un tocco di attualità, portando lo svolgersi delle vicende in un mondo più vicino a noi.
Tanti applausi, meritatissimi, a un cast d’eccezione e a una regia che mantiene inchiodati per più di due ore senza sforzo.
Roberta Usardi








