“Trilogia del benessere” al Teatro della Cooperativa di Milano: la società a giudizio

Tre atti unici che parlano di una realtà amara. Testi che l’autore e regista, Renato Sarti, scrisse alla fine degli anni ’80 e che, dopo una riscrittura consapevole e aderente alle evoluzioni degli ultimi decenni, risulta ancora più forte e spietata.
“Trilogia del benessere”, in scena al Teatro della Cooperativa di Milano dal 3 al 15 marzo, è uno spettacolo crudo e autentico, che nel titolo racchiude un’ironia grottesca, perché il benessere è distorto, consumato, modellato su una società piena di lacerazioni.
Nel primo atto unico, “Libero (Battesimo)”, nella nuova versione del 2026, i due protagonisti, Maria, una giovane prostituta e il suo compagno Tino, molto più vecchio di lei, vivono un rapporto malato, in cui non manca la violenza, fisica e verbale, la provocazione e la rabbia, data anche dall’astinenza da stupefacenti. La loro casa è sporca e disordinata, la loro vita in un equilibrio quasi inesistente, fino a quando Maria decide di voler cambiare a tutti i costi la propria vita, ma ciò che accadrà, sebbene sia un grande cambiamento, si discosta molto dai suoi desideri: rinchiusa in prigione, scopre di essere incinta. Il figlio, chiamato Libero, è l’unico ad avere la via di scampo, a partire dal nome.
Il secondo atto unico, “Spartaco (Comunione)” è il più breve, ma anche il più intenso. Seduto su un tavolo, ripreso dalle telecamere, c’è un ragazzo con dei lividi in faccia e con le braccia scoperte che raccontano molto eloquentemente la sua tossicodipendenza. Delle voci fuori campo commentano mentre lui, lentamente, noncurante di essere ripreso, si fa una dose.
Il terzo e ultimo atto, “Buon Natale (Estrema Unzione)” vede in scena una coppia di anziani coniugi, Pasquale e Natalia, teneri nei loro scambi allampanati, mentre attendono il Natale a letto, ignari di che ora sia e senza particolare trasporto, avvolti dalla loro solitudine.
Sul palco, Renato Sarti, Astrid Casali e Michelangelo Canzi, impeccabili e viscerali nelle loro interpretazioni. Non si può rimanere impassibile davanti alle tre storie, così avvinghiate a una società sempre più deteriorata. Tutti e tre gli atti unici sono sentenze di qualcosa che non contempla un lieto fine, ma che vuole invece sottolineare, con la parola “benessere”, il suo esatto opposto. È così che diventeremo? La nostra felicità deve dipendere per forza da qualcuno o qualcosa?
Roberta Usardi
Fotografia di Barbara Rocca








