Tre sedie – due quinte – un teatro

Venerdì 31 luglio piazza Cesare Battisti a Trento ha ospitato l’ultima fatica teatrale di Alessandro Fullin, Tre sedie. Ovvero la scenografia, nell’ambito della rassegna estiva promossa dal Centro Servizi Culturali Santa Chiara e giunta alla VII edizione. Sul palco, insieme all’autore e interprete, le attrici Alessandra Ierse e Ussi Alzati, in una commedia scritta e diretta dallo stesso Fullin, volto noto al grande pubblico per la Professoressa di Zelig Circus. Lo spettacolo, della durata di poco più di un’ora, senza intervallo, racconta la storia di tre donne che ereditano da un’amica comune scomparsa in circostanze misteriose una casa di montagna altrettanto misteriosa, immersa in una natura anonima e selvaggia. La trama, in realtà, resta poco più di un pretesto: il vero motore della commedia sono i tre personaggi stessi, così simili e così diversi, così ingenui e così maligni, sospesi in un bosco al confine con il mondo delle favole come tre civette senza comò oppure tre porcellini, ciascuno convinto in cuor suo di essersi messo al riparo dal lupo, salvo scoprire, quando qualcuno bussa alla porta, di non essere poi così al sicuro.
Forse non è un caso che il titolo richiami, quasi per assonanza letteraria, una delle immagini più celebri di Henry David Thoreau: nella sua baracca di Walden, lo scrittore americano teneva tre sedie, ciascuna destinata a una diversa forma di compagnia (una per la solitudine, una per l’amicizia, l’ultima per la società tutta intera). Nella commedia di Fullin il rapporto si capovolge: gli oggetti non separano più le funzioni, ma le fanno collidere sullo stesso palco, costringendo solitudine, amicizia e vita sociale a misurarsi nello stesso spazio ristretto, fra una battuta e l’altra. Tre punti fermi che restano immobili mentre tutto intorno viene continuamente scosso da colpi di scena (veri o presunti), rivelazioni, bugie in buona fede, battute al vetriolo: ogni volta che una delle tre esce di scena, anche solo per un momento, le altre due ne parlano alle spalle. Tre personaggi che la penna di Fullin costruisce in chiave anti cechoviana (una drammaturgia capovolta, non a caso, per un teatro capovolto) che hanno scelto di sperare all’indietro, come se il meglio fosse già successo, in un ritmo scandito come tre stazioni di una paradossale via crucis fatta di tempi comici e battute in serie, alternate a intermezzi in playback e momenti di mimo che strizzano l’occhio a chi è cresciuto tra gli album e i film degli anni Ottanta.
All’essenzialità della messa in scena fanno da contrappunto i costumi dai dettagli coloratissimi cuciti a mano, una scelta che Fullin e le due interpreti riconducono più a una necessità produttiva che a un manifesto estetico: la compagnia lavora in totale autonomia, senza sostegni pubblici o privati, al punto da poter trasportare l’intero allestimento, costumi compresi, nel bagagliaio di un’automobile. Un’essenzialità funzionale, che diventa terreno di gioco puro, costruito nello spazio tra le interpreti e chi le guarda. Dopo un percorso che ha toccato diversi teatri italiani, la commedia è approdata a Trento in una serata inserita nella settima edizione del Teatro Capovolto, il format nato nel 2020 che da allora trasforma ogni estate il palcoscenico del Teatro Sociale rivolgendolo verso la piazza: una rassegna, quest’anno parte del cartellone Trento Aperta 2026 – Che bella libertà! promosso dal Comune di Trento, che pochi giorni prima aveva già registrato il tutto esaurito con Natalino Balasso.
Pier Paolo Chini








