“This is a Première”, frammenti di un discorso sulla danza

Andare a teatro è sempre un atto di fiducia: ci si affida a un luogo, a una programmazione, alla capacità di scegliere con cura ciò che merita di essere visto. Al Teatro Sociale di Trento questa fiducia è particolarmente forte, come dimostra il pubblico numeroso che sabato 29 novembre affolla il foyer in attesa della prima nazionale di This is a Première, di e con Cristiana Morganti ed Emanuele Soavi. La stagione di danza del CSC Centro Santa Chiara è entrata nel vivo, l’aspettativa è alta, le buone intenzioni non mancano.
Fin dalle prime battute viene svelato l’arcano del titolo: This is a Première non si riferisce solo al debutto nazionale, ma all’idea che ogni serata sia irripetibile, che ogni replica porti con sé variazioni e rappresenti, a suo modo, una première. La scenografia essenziale, quasi assente, dialoga con questa dichiarazione di intenti: c’è un’etica del lavoro che emerge già dalle scelte visive, una coscienza autoriale e attoriale che privilegia la sostanza sulla forma, il processo sul prodotto finito.
Il prologo, in forma di intervista o meglio di colloquio di fronte a una immaginaria commissione esaminatrice, occupa una porzione considerevole della serata. Prendono posto in scena, su due sedie da ufficio: lui in un vestito nero a pallini rossi di grande impatto visivo, lei un abito altrettanto curato (costumi di Chiara Venturini). La commissione, che si manifesta solo sotto forma di un’unica voce maschile fuori campo, non lascia trapelare né empatia né particolare interesse. I due interpreti, nel tentativo di alleggerire la pressione, rispondono a tutte le domande con molto trasporto, lanciandosi anche delle frecciatine reciproche. Tuttavia i tempi si dilatano e la forma dialogica fatica a trovare un ritmo convincente. Si resta in attesa che questo preludio lasci spazio alla danza, ma il passaggio, quando arriva, non porta la densità sperata.
La parte coreografica si presenta come un collage tratto da lavori precedenti, ottenuto ritagliando frasi e inserendole in una forma inedita, che però risulta dispersiva e continuamente interrotta dal ritorno al dialogo. Alcuni momenti, grazie anche al disegno luci (Simone Mancini) rivelano una qualità evocativa capace di imprimersi nella memoria, ad esempio quando Morganti e Soavi entrano in scena con abiti da ballo scarlatti, sulle note di una musica che profuma di tramonti sul mare. Le movenze suggeriscono un’intesa progressiva, la costruzione di una complicità. Irrompe una versione hardcore di Satisfaction e i movimenti si frantumano, stridono, il calore passionale si trasforma in ghiaccio. È un universo alienato e alienante: sconosciuti che non si guardano né si vedono, ciascuno racchiuso nel proprio guscio, nello stesso spazio ma in mondi incomunicabili, alla ricerca di una soddisfazione che non arriverà mai. Altrettanto efficace è il frammento in cui fa la sua comparsa una chimera, una presenza fatta di tessuto e luci strobo, una di quelle visioni che negli incubi puoi continuare a vedere anche mentre scappi in direzione opposta. Ma ogni atmosfera viene subito dissolta da un nuovo reset scenico.
Dietro alla frammentazione affiora un tentativo di discorso critico: le lacune culturali del sistema produttivo del teatro e della danza, il doversi adattare alle logiche dei bandi di finanziamento e ai format richiesti dalle istituzioni pubbliche. È un tema attuale, certo, e in quanto tale meriterebbe di essere esplorato con maggiore rigore e coerenza. Al termine di questi 80 minuti, la sensazione che prevale è di aver assistito non tanto a una première quando invece ad una grande occasione mancata.
Pier Paolo Chini
Fotografia di Martin Rottenkolber







