“The Wall_Dance Tribute”, attraversando l’eredità dei Pink Floyd

Sprofondato nello spazio che separa una poltrona da uno schermo a tubo catodico, il leader di una band cerca di scavalcare l’ingombrante brusio dei suoi pensieri, aprire un varco nel reticolo di traumi e ferite che affollano la sua memoria. Si apre con questa irrequietezza The Wall_Dance Tribute, con cui la MM Contemporary Dance Company esplora The Wall e lo attraversa: sul palco un attore (Jacopo Trebbi) e undici danzatori che Michele Merola guida in un linguaggio fisico teso, carico di energia, esclamativo. Sintonizzando movimento e narrazione sulle frequenze del concept album del 1979 e citando (senza rimanervi intrappolata) l’iconografia del film di Alan Parker, la regia di Manuel Renga costruisce uno spettacolo che procede per stazioni – di un viaggio, o di una via crucis – allontanando e avvicinando testo, musica e danza.
La drammaturgia di Emanuele Aldrovandi funge da raccordo tra le canzoni, affidando all’attore il compito di esplicitare i salti temporali che scandiscono la discesa del protagonista nell’alienazione: Pink, alter ego di Roger Waters, percepisce una barriera, una soglia di incomunicabilità che è andata peggiorando concerto dopo concerto. Il pubblico sempre più distante e sempre più abbagliato dalla messa in scena; lui, al contrario, è schiacciato dalle pressioni dello show business. Ma la mercificazione dell’artista è solo il coronamento del muro emotivo che affonda nell’infanzia (l’assenza del padre morto in guerra, l’iperprotettività materna), cresce a dismisura sotto l’effetto della disciplina scolastica e dell’omologazione sociale, per poi cementare anche gli ultimi spiragli rimasti nelle relazioni umane.
Lo sdoppiamento tra Pink “narrante” e Pink “personaggio” trova una traduzione scenica precisa: da un lato il corpo che ritaglia e difende il suo spazio di individualità usando la parola; dall’altro il suo doppio coreografico, immerso in un organismo collettivo che lo stringe, lo respinge, lo accoglie.
Alcune intuizioni coreografiche sono particolarmente efficaci: il rapporto fra Pink e la madre è costruito attraverso un movimento di levigatura che trasforma un gesto affettuoso nell’ossessione di aggiungere strati, mattoni su mattoni, mentre il legame con Syd (Barrett), amico fraterno e cofondatore della band, viene evocato mediante un progressivo scivolare e perdersi.
Notevole, nello scandire il ritmo e la grammatica stessa dello spettacolo, il disegno luci curato da Gessica Germini, capace di modellare lo spazio e di accompagnare con precisione le transizioni. Più problematica, invece, la resa delle videoproiezioni di Fabio Massimo Iaquone, che in alcuni momenti tendono a disperdere l’attenzione senza aggiungere un reale contributo a ciò che accade in scena.
Nel complesso, The Wall_Dance Tribute rimane un lavoro fresco e coraggioso, capace di restituire con linguaggi contemporanei un’opera che a quasi cinquant’anni continua a interrogarci: i muri – individuali e collettivi – sono ovunque, ma quasi sempre ce ne accorgiamo quando sono già troppo alti.
Visto al Teatro Sociale di Trento, giovedì 5 febbraio 2026.
Pier Paolo Chini
Fotografia di Marco Caselli Nirmal








