“Stanley Kubrick. L’arancia meccanica” di Giorgio Cremonini

“Stanley Kubrick. L’arancia meccanica” (Lindau, 2026, Collana Il Grande Cinema, pp. 136, euro 15) di Giorgio Cremonini – appassionato di cinema e di linguaggio cinematografico – è un saggio in cui l’autore affronta una lucida e approfondita analisi di uno dei film cult più controversi della storia del cinema, Arancia meccanica (1971) che, alla sua uscita, fece gridare allo scandalo, con accuse di oscenità e istigazione alla violenza. Giorgio Cremonini accompagna il lettore dentro la complessità dell’opera di Stanley Kubrick, senza trascurare il confronto con il romanzo di Anthony Burgess, da cui il film è tratto, evidenziando come Kubrick abbia reso la storia ancora più visiva e simbolica, accentuandone l’ambiguità morale.
La trama e i temi principali sono ormai abbastanza noti, non solo agli adulti ma anche ai più giovani, proprio perché l’opera affronta argomenti che continuano a incuriosire e affascinare, nonostante – o forse proprio grazie a – la loro crudezza e alla violenza che li caratterizza. Si analizza il confronto-scontro tra Natura e Cultura, che si palesa già dal titolo, ovvero una doppia connotazione dell’umano, tra anima e maschera, come emerge fin dalle prime riprese del volto di Alex.
Il saggio inizia con una sinossi del film costruita attraverso una dettagliata analisi di tutte le sequenze, per poi approfondire quelle più rilevanti e simboliche. Ci si sofferma sull’attacco in prima persona del racconto, sul Nadsat – il linguaggio innaturale di Alex inventato da Burgess, che è un insieme di linguaggi diversi – e sulla sua stessa voce, che diventa una guida sia per gli altri personaggi sia per il racconto stesso; nonché sulle modalità di ripresa, come la macchina a spalla, l’effetto cartoon, l’uso dell’accelerato e le inserzioni musicali. Evidente è anche la presenza della pop art, dalle opere presenti nei vari ambienti ai colori, che vanno a definire un design industriale e seriale.
L’autore evidenzia, inoltre, come il film lavori su più livelli. Infatti, se da un lato viene raccontata la brutalità del protagonista Alex, dall’altro si rivela una violenza altrettanto inquietante quella delle istituzioni che cercano di controllarlo. Ne emerge una visione profondamente ambigua, in cui nessuno è davvero innocente. Alex è il protagonista, ma – come sottolinea Cremonini – al tempo stesso è “un frammento del disegno che lo contiene” e presto anche lui verrà fagocitato dalle istituzioni. E noi da che parte stiamo? Il pubblico, in fondo, ama e venera questo personaggio, arrivando a provare una grande empatia nei suoi confronti.
Il saggio sottolinea, inoltre, il modo in cui Kubrick trasforma la violenza in arte, grazie all’uso della musica, dei colori e della messa in scena che possiamo definire teatrale. Questo elemento è fondamentale, perché rende il film ora disturbante ora affascinante, creando nello spettatore uno stato d’animo ambivalente, che lo attira e lo respinge allo stesso tempo, e rendendo “Arancia meccanica” quell’opera che continua a far discutere ancora oggi.
Marianna Zito








