“Sottosopra” nasce dal desiderio di rimettere tutto a fuoco – Intervista a uMANo

uMANo, ovvero Giuseppe Sicorello, è un cantautore nato a Como, ma cresciuto ad Agrigento. Il suo talento emerge fin dall’infanzia, quando a sei anni scopre il pianoforte e l’amore per la musica. Dopo il diploma al CPM di Milano pubblica, nel 2023, il suo primo disco “Alla fine delle cose”, interamente composto e arrangiato da lui. Il secondo disco, “Sottosopra” è uscito dopo l’anticipazione data dai singoli “Amore amaro”, “Supergirl Superman” e “L’isola che non c’è”.
Il tuo nuovo disco si intitola “Sottosopra”. Da dove nasce questa esigenza di ribaltamento?
Nasce da un disagio, ma anche da una presa di coscienza. A un certo punto ho iniziato a vedere con chiarezza quanto il nostro tempo sia capovolto: valori invertiti, priorità distorte, rumore al posto dell’ascolto. Ho sentito il bisogno di dirlo, ma non con rabbia: con lucidità. “Sottosopra” nasce dal desiderio di rimettere tutto a fuoco, di guardare la realtà senza filtri, anche quando fa male. È un disco che chiede di fermarsi, di respirare e di osservare: cosa ci sta succedendo? Cosa stiamo diventando? La mia vita stessa, negli ultimi anni, è stata un continuo ribaltamento: cambi di direzione, cadute, rinascite, scelte coraggiose. Ho perso certezze, ma ho trovato un senso più profondo. Questo album è figlio di questa metamorfosi. È un invito a guardare il mondo, ma anche se stessi, con occhi nuovi.
Nel disco si percepisce una forte coerenza estetica. Hai curato anche la parte visiva?
Assolutamente sì. Per me l’immagine non è una decorazione, è una parte fondamentale del racconto. Anche in “Sottosopra” la componente visiva ha un ruolo centrale: la fotografia, la palette dei colori, le pose, i movimenti, tutto risponde a un’unica linea narrativa. Ho lavorato su un immaginario che rappresentasse quel mondo invertito che il disco racconta: spazi sospesi, prospettive ribaltate, corpi che sembrano in bilico, un’estetica che comunica sia fragilità che forza. Ogni videoclip è pensato come un capitolo autonomo, ma parte dello stesso universo:
- in “Supergirl Superman” il tema dell’amore prende forma,
- in “Ordinary Day” la distanza emotiva diventa protagonista,
- in altri brani il filo conduttore è la ricerca di un equilibrio possibile, nonostante il caos.
Sto lavorando anche al live come se fosse un’estensione visuale del disco: luci, ombre, grafiche curate, piccoli cortometraggi emozionali che si intrecciano alla musica. Voglio portare sul palco un’esperienza immersiva, non solo un concerto.
C’è un brano che rappresenta più degli altri l’essenza di questo progetto?
Potrei citarne diversi, ma se dovessi sceglierne uno direi “La pace di Versailles”. In quel brano convivono tutte le tensioni del disco: la poesia e la denuncia, la fragilità e la forza, la lucidità e il disincanto. È una canzone che nasce dall’urgenza di raccontare un conflitto non solo sociale, ma anche interiore: quello tra ciò che vorremmo essere e ciò che rischiamo di diventare. Un altro brano molto rappresentativo è “Ordinary Day”: parla di un giorno qualunque che rivela tutto ciò che di solito ignoriamo. È una canzone che osserva il mondo dall’interno di una bolla emotiva, e allo stesso tempo lo accusa dolcemente. Ci sono poi momenti più intimi, più esposti, dove la mia voce arriva graffiante ma vera: quelli sono forse il cuore più autentico del disco.
Hai lavorato da solo alla produzione?
No, e per scelta. Ho voluto circondarmi di musicisti che avessero un’anima, non solo tecnica. Il disco è stato costruito insieme a professionisti eccezionali: musicisti della band di Mario Biondi, artisti che hanno collaborato con i grandi del panorama musicale italiano, il bassista de La Rappresentante di Lista, musicisti del Teatro Massimo di Palermo… tutti hanno portato un contributo prezioso, personale, vivo. Io e Riccardo Piparo abbiamo la direzione artistica, la visione complessiva, l’impianto emotivo e sonoro. Abbiamo lavorato come in una bottega: togliendo invece che aggiungendo, cercando il suono giusto, quello che non disturba il senso, quello che amplifica il messaggio. Ogni arrangiamento è stato pensato come una drammaturgia della canzone: quando entra una chitarra? Perché? Cosa deve far sentire al pubblico? Ogni scelta ha un senso narrativo. È un disco suonato, non costruito. Un disco che respira.
“Sottosopra” sembra anche una metafora del tempo che viviamo. Quanto c’è di personale e quanto di collettivo?
Per me non esiste una vera separazione: ciò che è personale diventa collettivo quando lo metti in musica. Ovviamente nel disco c’è moltissimo della mia storia: le mie rinascite, i miei dubbi, la mia necessità di dire la verità anche quando fa tremare le gambe. La mia vita è stata un continuo divenire, un percorso pieno di deviazioni che mi hanno costretto a guardarmi dentro. Ma “Sottosopra” non parla solo di me: parla di noi. Parla della nostra epoca, della superficialità con cui consumiamo tutto, anche i sentimenti. Parla dell’indifferenza, del rumore, dell’omologazione. Parla di una società divisa tra chi corre e chi tenta di rimanere umano. È un disco politico nel senso più alto del termine: cerca di restituire dignità all’essere umano. Quello che racconto non è solo la mia verità: è una fotografia del tempo che viviamo, con tutte le sue ferite e le sue possibilità.
Come immagini la dimensione live di “Sottosopra”?
La immagino come un viaggio. Non un semplice live, ma un’esperienza narrativa, emotiva, visiva. Sul palco porto non solo le canzoni, ma anche i dialoghi poetici con la Musica personificata come una bambina, le immagini, i colori, i silenzi, la parola che entra nel cuore del pubblico e lo costringe a sentire. Sarà un concerto che oscilla tra intimità ed energia, tra luce e ombra, proprio come il disco. Ci saranno momenti quasi teatrali, momenti sussurrati, momenti esplosivi. L’obiettivo è far vivere allo spettatore lo stesso percorso che ho vissuto io: la confusione, la ricerca, il ribaltamento, e poi la riscoperta di una nuova direzione. Sto costruendo un live dove ogni dettaglio – dagli arrangiamenti alle luci, dalle dinamiche ai dialoghi poetici – contribuisce a un unico racconto. “Sottosopra” dal vivo sarà un luogo dove l’arte torna a essere un atto di verità. E chi verrà, spero, non tornerà a casa uguale.
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