“SONS – SER O NO SER”: La Fura Dels Baus e il suo spettacolare Amleto in scena alla Fabbrica del Vapore di Milano

La gente che non è un po’ matta è di una noia mortale.
Ornella Vanoni
“Ser o no ser”, essere o non essere…
È attorno a questo dubbio universale e amletico che la “Fura dels Baus”, la leggendaria Compagnia Catalana fondata alla fine degli anni ’70 e diretta da Carlus Padrissa mette in scena l’esperienza immersiva e sensoriale, anzi di più: l’evento più dirompente della stagione milanese. Teatro, performance fisica, video e suono a 360°, aria, acqua, terra e fuoco, macchine sceniche, i testi dell’opera più iconica e fondamentale di Shakespeare, sono gli ingredienti di un vero e proprio rito collettivo al quale gli spettatori sono chiamati a partecipare con tutti i sensi.
Appena entrati in Sala (termine assai riduttivo per definire la Fabbrica del Vapore, splendida e perfetta location per partecipare da co-protagonisti al rito collettivo di “Sons – Ser o no ser”), si capisce subito che ci attende qualcosa di molto diverso da un Amleto tradizionale: in un ambiente scenico fatto di strutture metalliche, misteriose bare di legno posate a terra, pareti suoni e proiezioni che “raccontano”, noi come gli altri siamo in piedi, scomodi, inquieti, esposti a tutto ciò che sta per succedere ma anche liberi di muoverci e di farci guidare dalla curiosità, di individuare il nostro posto in questo piccolo mondo dove saremo protagonisti e allo stesso tempo prigionieri, un limbo sospeso tra sogno e allucinazione che attrae e spaventa.
Morire,… dormire,… dormire!
Forse sognare..
È il dubbio il vero motore e nucleo emotivo dello spettacolo (termine anch’esso assai riduttivo per descrivere le opere della Fura…) e dell’esperienza sensoriale che ci avvolge, l’incertezza, il conflitto tra il voler essere lì, in quel momento, e il desiderio di fuggire; magari volando, verso un altrove, con il terribile dubbio di non sapere cosa ci aspetta “dopo”. L’intero impianto scenico in cui siamo immersi richiama una sorta di laboratorio post-organico, in cui sotto osservazione non è tanto un personaggio quanto una crisi esistenziale e mai come ora così attuale e profonda. L’Amleto in campo non è un individuo ma una presenza disseminata, diffusa, incarnata e moltiplicata su più corpi, rappresentata davanti a noi in una serie di frammenti performativi che ci sorprendono, ci attraggono e a volte ci respingono. L’”essere o non essere” ripetuto, frantumato, distorto, è un’onda emotiva che attraversa performer e pubblico. La parola (da sottolineare la scelta della lingua italiana “distorta” dalla cadenza spagnoleggiante degli attori) si assesta come vibrazione, come eco di un pensiero più che come significato esplicito: un approccio condivisibile e coerente con il linguaggio tipico della Compagnia, che da sempre privilegia la fisicità, l’immagine e l’impatto percettivo rispetto alla fedeltà testuale.
La fisicità degli attori, bravissimi, è uno degli assi portanti dello spettacolo, e si compone di movimenti che oscillano tra precisione meccanica e spasmo inconsulto, in costante dialogo con le tecnologie e le macchine sceniche. I dispositivi video, le amplificazioni, la musica live e l’uso della steady cam sono parte integrante, e integrata, di una riflessione sull’identità contemporanea, ormai inevitabilmente mediata e frammentata dal digitale. Lo stesso abuso da parte di molti spettatori del telefono cellulare per immortalare le scene più “epiche” (oramai un grande classico di qualsiasi rappresentazione, ad esempio i concerti) ci disturba ma allo stesso tempo ci induce a riflettere sulla modalità mediata con cui preferiamo farci coinvolgere dalla realtà. La struttura dello spettacolo “per quadri”, di cui alcuni di forte impatto emozionale, consente di seguire il flusso performativo senza ricercare necessariamente un preciso ordine narrativo, che lo spettacolo d’altronde non ha interesse a fornire. Si rinuncia alla narrazione, si pretende l’attenzione (non basta rimanere fermi per non essere coinvolti), si accetta infine di far parte di un “gioco” che più si avvicina a un’esperienza totale che a uno spettacolo teatrale tradizionale.
Si poteva osare ancora di più? Può darsi, ma sebbene la ricerca della forma, talvolta e in alcune scene, ci possa dare l’impressione di avere la meglio sulla sostanza drammaturgica, nella sua perfetta imperfezione “Ser o no ser” ha la capacità preziosa di farci vivere sulla pelle la domanda sospesa che da secoli continua a risuonare: “Essere o non essere?”. Per questo, per ricordare a tutti che il teatro, quando vuole, può ancora scuoterci e non annoiare, abbiamo ancora e sempre di più bisogno di “matti”.
Come Amleto. Come La Fura dels Baus.
A. B.
Foto di copertina di Giovanni Daniotti
Dal 28 novembre al 14 dicembre 2025 – Fabbrica del Vapore (Milano)
SONS – SER O NO SER
Regia artistica: Carlus Padrissa (La Fura dels Baus)
Assistenti alla regia: Tamara Joksimovic e Mireia Romero
Coreografia: Mireia Romero
Scenografia e costumi: Tamara Joksimovic
Composizione musicale: Carlus Padrissa (La Fura dels Baus)
Produzione e direzione di scena: Pau Domingo
Produzione esecutiva: Carla Juliano
Tecnico del suono: Damià Duran
Video e creazione audiovisiva: Eyesberg Studio
Regia video: José Vaaliña
Traduzioni italiane: Irene Brambilla, Rosa Carnevale, Cecilia Chiarelli, Viola Motti, Sofia Pedrini, Alice Redaelli, Elena Salvadore, coordinate da Gina Maneri.










