Quanto è difficile togliersi una maschera quando indossarla è l’unica cosa che si sa fare bene

Quando si alza il sipario, ne compare un secondo. È il primo granello che scivola nella clessidra di People, Places & Things, un piccolo disorientamento che ne anticipa molti altri. In questo teatro-nel-teatro, una donna in evidente stato di alterazione prova le battute di Nina ne Il gabbiano, le sbaglia, le riprende, le perde, crolla. Stacco. Non avendo alternative si rivolge a una clinica, autoconvincendosi che basti disintossicare il corpo da alcol e droghe per rimettere insieme tutto il resto.
Il testo di Duncan Macmillan è giunto sui palcoscenici italiani – per la regia di Pierfrancesco Favino – nella rigorosa traduzione curata da Monica Capuani. Non si tratta di un’opera “leggera”, viste le tematiche che affronta, né di un lavoro di nicchia: dal debutto al National Theatre nel 2015 alla ripresa nel West End nel 2024, questo spettacolo ha già una solida storia alle spalle. Anna Ferzetti dà alla protagonista i tratti di una fisicità irrequieta, sempre sul punto di spezzarsi. Qualcuno potrebbe percepire un eccesso di intensità, soprattutto nel primo atto, ma Emma non concede pause e l’interpretazione lo rispetta. Se poi i nomi cambiano (Emma, Nina, Sara, ecc.), la sabbia resta la stessa, il denominatore comune del gruppo di pazienti e operatori (Totò Onnis, Luca Massaro, Maria Giulia Toscano, Giorgio Stefani, Sofia Capo, Gabriele Badaglialacqua, Marta Virginia Morgavi) è rappresentato dall’essere come tanti granelli al contempo unici ma uguali, perché “Siamo tutti infelici e autodistruttivi, qui”. Molto apprezzabili anche Thomas Trabacchi nei panni di Elia, che dapprima prende di mira Emma e poi ne diventa il più importante alleato per uscire una volta per tutte, e Betti Pedrazzi, cui sono affidate le tre declinazioni della figura autoritaria (la madre, la dottoressa, la psicologa).
La scenografia (Luigi Ferrigno) è una gabbia in continua evoluzione: elementi mobili e luci chirurgiche ridisegnano lo spazio, pur mantenendo un luogo prevalentemente chiuso, una sorta di prigione di vetro e cemento. Fuori da questa grande scatola esistono solo tre aperture: il prologo checoviano, la cameretta in casa dei genitori (dov’è il passato attende al varco, immobile, letale) e un non-luogo per i provini di un evento commerciale. Il ricovero e la riabilitazione costituiscono solo la superficie del racconto, così come l’astinenza dall’uso di sostanze è solo una delle due facce della medaglia (dall’altra, come suggerisce l’arcano del titolo, ci sono le persone, i luoghi e le abitudini che possono indurre a ricadere nel vizio della droga); il pubblico, attento e partecipe, viene accompagnato in un viaggio tutt’altro che lineare nella dissociazione, nella fuga da sé, nel procrastinare ogni responsabilità.
Tra le invenzioni più riuscite, ci sono senz’altro le “moltiplicazioni” del corpo di Emma nei momenti più duri dettati dell’astinenza. Le luci stroboscopiche amplificano il senso di disordine nella percezione dello spazio e del tempo, specie nelle fasi corali. Nei flashback la musica hardcore irrompe come un organismo autonomo e pulsante, poi, quasi in contropiede, arriva l’adattamento per piano solo di Enjoy the Silence dei Depeche Mode.
La sfida, che questa coproduzione firmata Gli Ipocriti Melina Balsamo e Teatro Stabile di Catania ha saputo raccogliere bene, sta nel mostrare la fragilità umana senza spettacolarizzarla e porgere un grammo di verità senza trasformarlo in una morale.
– Visto al Teatro Sociale di Trento, sabato 18 aprile 2026.
Pier Paolo Chini
Fotografia di Enrico De Luigi








