Pratiche zen, performance, cammino in natura: il secondo capitolo di “Errando per le antiche vie” al Giardino delle Esperidi Festival

Quest’anno il festival “Il Giardino delle Esperidi” si è tenuto dal 27 giugno al 5 luglio, offrendo, come ogni anno, un meraviglioso connubio tra arte teatrale e performativa a contatto con la natura e alla sacralità dei luoghi in cui si svolge.
Per la XXII edizione del festival ho avuto modo di partecipare a momenti intensi, che descriverò in più parti, per darne il giusto risalto.Vorrei iniziare raccontando la parte più spirituale di questa esperienza, incentivata dal gradito ritorno del monaco zen giapponese Seigaku. Ed è proprio dal primo incontro con lui, nel pomeriggio di venerdì 3 luglio, che c’è stato modo di riflettere su cosa sia lo zen e che cosa comporti viverlo e praticarlo. Il monaco ha invitato i presenti a fare un semplice esercizio, volto a eliminare il confine razionale che separa noi stessi dagli altri, in cui l'”io” (私 watashi) e il “tu” (あなた anata) sono la stessa cosa, se si abbatte la barriera dell’ego, per diventare una cosa sola; tale principio è applicabile anche con la natura.
Il giorno successivo, sabato 4 luglio, un secondo incontro ha invece posto il focus sul tema “Dal monte sacro al Sacromonte”, e la domanda iniziale, posta da Seigaku, è stata “che cos’è la montagna?”, suscitando concitati scambi di idee, ma forse troppo volti alla ricerca di una logica o un concetto razionale, smascherata quando la risposta del monaco a questa sua stessa domanda è stata “durante il cammino di domani lo capirete”. Sì, perché anche quest’anno, come attività di chiusura, ha avuto luogo la camminata dall’alba al tramonto, dal titolo “Errando per le antiche vie, cap. 2 – Il Buddha silente del Monte di Brianza”, che ha unito il cammino silenzioso a momenti di pratiche zen condivisi, atti a esaltare tutto ciò che stava intorno, oltre a performance che hanno ulteriormente arricchito il lungo percorso. Il rito del fuoco ha dato il via all’evento, con la distribuzione dei bastoni a tutti i partecipanti. A capo fila Michele Losi, direttore artistico del festival, e a chiuderla Seigaku: a cadenze più o meno regolari il capo e la coda della lunga fila indiana comunicavano con uno strumento molto particolare, l’horagai (法螺貝), ovvero una grande conchiglia con un bocchino alla sommità soffiando al suo interno ne emerge un suono potente e udibile a lunga distanza. A ogni tratta un chakra, e anche il giusto riposo, necessario per assimilare tutto ciò che si è attraversato, perché il cammino si fa sia dentro sia fuori. La natura parla, ascolta, si muove insieme ai passi di chi la attraversa.
La prima tappa, da Mondonico a Campsirago, si è conclusa con l’anteprima nazionale di “Nel tempo del serpente” di Erica Meucci, ispirato al libro di Peter Handke “Canto alla durata” (Premio Nobel 2019), una performance a tratti criptica, dal ritmo molto lento, in linea con la musica, che non ha riservato sorprese o cambi. La seconda tratta del cammino è partita da Campsirago fino a Figina, passando dal monte di San Genesio. A circa metà percorso, alla Madonna dell’Alpe c’era ad aspettarci Sofia Bolognini, con il suo spettacolo “Selvaggia”, un reading in messo al sentiero, intenso e mirato a guardarsi dentro, anticipato da una richiesta a tutti i partcecipanti: scrivere su un foglietto una parola o una frase che identificasse qualcosa da lasciare andare, non per dimenticarla, ma per permetterle di trasformarsi. A conclusione della performance un braciere acceso invitava tutti a bruciare il proprio foglietto. Un rito potente e significativo, nonché simbologicamente trasformativo.
Arrivati a Figina, relax e pausa pranzo, prima di riprendere con la terza tratta, pratica zen, la performance “Falena” con Alice Raffaelli (TIR danza). All’arrivo alla chiesa di San Rocco e Biagio a Mozzana, Galbiate, si è svolto il concerto di Giuseppe di Bella. Alle 19, a Villa Bertarelli, altre pratiche zen inerenti il terzo occhio e infine, l’ultima tratta fino alla meta finale, la chiesa di San Michele del Monte Barro, con l’ultima performance della giornata, “Nessuno è cielo senza luce”, la prima regionale di Luca Maria Baldini.
Camminare è già di per sé un momento introspettivo. Farlo in natura, con i suoi rumori, le salite, gli eventuali ostacoli, la fatica, ha tutta un’altra impronta. Lascia il segno, i pensieri riescono a scivolare via per lasciare spazio unicamente alla propria essenza e all’ascolto del proprio corpo, che diventa, proprio come disse il monaco Seigaku durante il primo incontro, tutt’uno con la natura. Cos’è quindi la montagna? È una fusione, quella parte di se stessi che comprende che non ci sono confini tra lei e l’essere umano.
Roberta Usardi
Fotografia di Alvise Crovato
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