Pensieri solo pensieri. Naturalmente, un resoconto

La prossima eclissi lunare visibile sarà tra sei mesi meno sette giorni esatti, scrive Thomas la sera di venerdì 28 agosto 2026. Trattandosi di un omaggio a Vitaliano Trevisan, da qualche parte tra gli spettatori dell’ultimo appuntamento della rassegna Prometeo capovolto c’è senz’altro un Thomas che prende nota di tutto e che, non dovendosi più tormentare per “la casa nel parco nella casa”, osserva piazza Cesare Battisti diventare “il teatro nella piazza nel teatro”. Pensieri solo pensieri. Per il teatro di Vitaliano Trevisan, la serata che il Teatro Sociale di Trento (Centro Santa Chiara) dedica allo scrittore e drammaturgo, ha inizio con una lecture di Stefano Fortin intitolata Il coraggio di parlare delle rose. Fortin descrive Trevisan come un autore che arriva alla scrittura “dopo”, non “tardi”, in seguito a una lunga serie di lavori e di sforzi, che conferiscono al suo sguardo la chiarezza di chi ha accumulato tante esperienze. Se ne trovano molteplici tracce nei racconti (Shorts) così come nelle drammaturgie (per la maggior parte ancora inedite). Sono testi in cui si percepisce il respiro della provincia veneta intesa come vera e propria condizione esistenziale, una cornice di senso dove le cose arrivano necessariamente “dopo”, ma anche un importante setaccio linguistico è culturale. È qui che Trevisan costruisce la sua geografia narrativa, la cosiddetta trilogia di Thomas: Un mondo meraviglioso, I quindicimila passi, Il ponte. Tre romanzi, tre protagonisti che portano lo stesso nome ma che non coincidono. Un omaggio a Thomas Bernhard, naturalmente, ma anche qualcosa di più. Thomas diventa un nome-strumento, un acciaino per ravvivare il filo del pensiero, mantenendo l’angolo giusto perché le parole facciano attrito. Il vero denominatore comune dei tre romanzi è l’impulso alla verbalizzazione compulsiva, alla ruminazione di ogni dettaglio, il tentativo di Trevisan di lavorare alla separazione dei fatti dalle descrizioni, lo scollare strato dopo strato la carta da parati delle opinioni per arrivare alla nuda parete della realtà.
La seconda parte della serata prevede una riduzione in forma di reading dello spettacolo teatrale Il delirio del particolare, per la regia di Giorgio Sangati. Maria Paiato è al leggio centrale: la voce della protagonista, una vedova che rientra dopo molti anni nella villa con annesso mausoleo di famiglia, per decidere se venderla. Attorno a lei, due figure maschili incespicano tra sedie belle da vedere ma impossibili da usare, gradini volutamente sconnessi che non ammettono distrazioni, finestre che rischiano di trasformarsi in trappole mortali: Stefano Fortin presta la voce a Cechìn, badante tuttofare della signora, mentre Giorgio Sangati interpreta il Professore, arrivato alla villa per scrivere un saggio sul visionario Architetto, di cui non viene mai proferito il nome. Gli applausi, al termine del reading, sono più che meritati, ciononostante resta qualcosa di irrisolto. Ogni flusso di coscienza è infelice a modo suo, annota Thomas, ma qui la drammaturgia di Trevisan sembra un esercizio di stile, per quanto ben confezionato. Trevisan che scrive “alla Trevisan”.
L’indomani, sabato 29 agosto, mi precipito alla biblioteca civica. Scopro che “I quindicimila passi” cita in esergo Karl Marx: “Ma l’epoca che genera questo modo di vedere, il modo di vedere dell’individuo isolato, è proprio l’epoca dei rapporti sociali finora più sviluppati”; che le note a pié di pagina sono in realtà feritoie verso i pensieri di altri (Keith Jarrett, Derrida,ecc.), e che in ogni pagina degli Shorts e della Trilogia Trevisan procede separando e separandosi, ruminando dettaglio per dettaglio pensiero per pensiero.
In un certo senso anche questo modesto resoconto arriva “dopo”: la serata del Prometeo capovolto ne è stata l’innesco, il tempo a disposizione nelle settimane successive è stato assorbito dalla lettura. Permane la sensazione di irrisolto, il dubbio che alla fine Trevisan sia rimasto intrappolato nell’ultimo velo (di colla) di Maya, con buona pace di Bernhard e di Schopenhauer. Ma questo è un altro Thomas, e dovrà essere raccontato un’altra volta.
Pier Paolo Chini








