“Pasolini e il cinema. Parola, visione, mito” di Gian Piero Brunetta

“Il mondo non mi vuole e non lo sa”
Pasolini oggi è “una sorta di presenza diffusa e ricorrente”, sono le parole dell’Introduzione al volume “Pasolini e il cinema. Parola, visione, mito” (Carocci, Collana Frecce pp. 173, euro 19) del Prof. emerito di storia del cinema all’Università di Padova Gian Piero Brunetta. Perché sono tanti i campi dove Pier Paolo Pasolini aveva visto oltre, a cominciare dal tema del progresso. Questo ci tocca e ci coinvolge in pieno. E la sua voce poetica ci raggiunge e ci avvolge e, ancora oggi, a cinquant’anni dalla sua morte, rimane un intellettuale di riferimento. Il suo pensiero e il suo cinema hanno portato negli anni ’60 e ’70 a una nuova riflessione sull’arte cinematografica del Novecento.
Brunetta ci rende una lettura attenta e una profonda analisi dell’opera di Pasolini. Legge e ci riporta con i suoi occhi tutto il lascito pasoliniano, tutto ciò che egli stesso ha scritto ed espresso con la sua produzione cinematografica. Il testo si propone come una raccolta saggistica che vuol essere una lettura approfondita e organica del cinema pasoliniano, mettendo in luce l’intreccio tra parola, visione e quel mito che ne costituisce l’essenza.
“Pasolini tenta, mediante un’affascinante analogia tra il cinema e la vita e il film e la morte, di dimostrare come il suo cinema sia frutto di scelte e selezioni dal flusso enorme di immagini possibili.”
Pasolini viene presentato come un autore capace di attraversare diversi linguaggi espressivi e di scoprire “la capacità di sintesi del cinema”: la sua formazione letteraria continua a emergere anche nei film, soprattutto nella cura della lingua e dei dialoghi, lasciando man mano spazio a una dimensione visiva più simbolica, dove un unico gesto riesce a esprimere ciò che in un romanzo richiederebbe lunghi periodi. Quindi, il cinema è per Pasolini uno strumento per rappresentare la realtà in modo diretto e potente, attraverso il rapporto di similitudine tra parole della sceneggiatura e le immagini.
Questo è un aspetto caratterizzante dello stile cinematografico pasoliniani, ricorrere di continuo alla similitudine “ha nel cinema una possibilità di rappresentazione più diretta che in prosa o poesia”. Sono qui analizzati in modo critico e approfondito i rapporti tra dialetto e lingua, dove la lingua dei personaggi non è una caratteristica culturale, ma diventa il riflesso del loro comportamento e delle loro reazioni in determinate situazioni. Solo successivamente, Pasolini utilizzerà diversi piani stilistici per differenziare culturalmente e moralmente i suoi personaggi. La sua è “una matura acquisizione del linguaggio cinematografico” che si concretizza in “una libera e consapevole azione su tutti i materiali semantici”.
Pasolini inventa il cinema partendo da strutture linguistiche e narrative esistenti, forme che mantiene in una evoluzione massimale e continua, che distrugge e ricrea partendo però da una solida base strutturale. È questa la retorica nel cinema di Pasolini: il recupero di strutture e forme nella tradizione culturale che rientrano nella “concezione del mito e nel modo in cui egli intende riviverlo”, assumendo sempre più con il tempo un valore mitico. Questi sono meccanismi che diventano sempre più evidenti nelle sue ultime opere, diventandone vere e proprie colonne portanti. Un processo questo di riduzione semantica che il Prof. Brunetta spiega attentamente, analizzando tutti i passaggi necessari a comprenderne le trasformazioni all’interno della produzione del regista.
“Nei film di Pasolini si assiste a una totale traslazione di cultura letteraria in cinematografica e alla liberazione del cinema dall’ambizione di farsi divulgatore delle grandi opere letterarie. Il cinema, pur non essendo un sottoprodotto della letteratura, ne accoglie non poche indicazioni di strutture narrative e può attualizzare tutta la cultura letteraria fino alle forme più antiche della tragedia e del mito. ”
Pasolini sviluppa, inoltre, una riflessione sul funzionamento del linguaggio cinematografico, ponendo al centro il tema della visione. L’immediatezza del cinema, a differenza di un testo scritto, non implica neutralità, ma è sempre il risultato di una costruzione, determinata dalle scelte del regista, come l’inquadratura, il montaggio e la selezione delle immagini. Ne deriva un linguaggio che, profondamente legato alla realtà, la interpreta e rielabora, confermando la specificità espressiva del cinema rispetto ad altre forme artistiche.
“Pasolini e il cinema. Parola, visione, mito” è una lettura fondamentale non solo per comprendere l’opera cinematografica di Pasolini, ma anche per riflettere sull’attualità del suo pensiero, che continua a interrogare il nostro presente e a illuminare le tensioni della modernità. All’interno di questo prezioso volume è presente l’intervista a Zigaina del 1987 sulla morte di Pasolini, a completamento di questa panoramica unica e dettagliata sulla sua figura.
Marianna Zito








