Parole in una lingua nemica: “L’analfabeta” secondo Fanny & Alexander

Bastano poco più di cinquanta pagine ad Ágota Kristóf per attraversare l’infanzia ungherese, l’adolescenza sotto il regime sovietico, la fuga del 1956, il duro lavoro in Svizzera e il paradosso di una scrittrice che non si sente mai del tutto a casa nella lingua in cui scrive. Ogni parola un ingranaggio, ogni ricordo un dente che si innesta sul successivo: da questo meccanismo di precisione la compagnia Fanny & Alexander ha ricavato L’analfabeta, andato in scena il 22 febbraio al Teatro Cuminetti di Trento. Un lavoro che arriva dopo i cinque Premi Ubu conquistati nel 2024 con la Trilogia della città di K. e che nella traduzione scenica di Chiara Lagani e nella regia di Luigi Noah De Angelis trasforma il racconto autobiografico in un dispositivo scenico rigoroso, un orologio che scandisce lo sradicamento, la perdita e la reinvenzione di sé.
Un pannello divide la scena, da un lato il quadrante visibile e dall’altro il congegno nascosto. Nel primo spazio, Federica Fracassi è Ágota operaia nella fabbrica di Neuchâtel: tuta da lavoro, mani che smontano e rimontano, un ritmo meccanico che accompagna il pensiero. Nel secondo, prendono forma le figure che abitano la memoria: la madre severa, il padre insegnante, la ragazza che attraversa la frontiera con un neonato in braccio, e soprattutto il fratello, primo complice delle sue invenzioni. Fracassi li incarna tutti, cambiando postura, voce, abiti. Ma il cuore pulsante dello spettacolo è la questione linguistica. Kristóf, costretta all’esilio, adotta il francese per tutta la sua opera, eppure per lei rimane una “lingua nemica”, non nel senso del rifiuto ma dell’estraneità costitutiva. La può parlare e scrivere, ottiene persino le certificazioni formali, tuttavia continua a sentirsi analfabeta.
“All’inizio, non c’era che una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i colori, i sogni, le lettere, i libri erano quella lingua. Non avrei mai immaginato che potesse esistere un’altra lingua, che un essere umano potesse pronunciare parole che non sarei riuscita a capire.” È un conflitto che Fracassi restituisce con una voce bassa, trattenuta, leggermente velata da un accento dell’Est, come se tra pensiero e parola restasse sempre un piccolo margine di frizione. La regia lavora proprio su questo scarto: riprese in diretta del tavolo da lavoro, materiali video, suoni e voice over di qualche secondo in anticipo o in ritardo. Tutto concorre a mostrare non tanto ciò che la protagonista racconta, ma il modo in cui la sua mente resiste, rielabora, trasforma la vita in letteratura. L’analfabeta non punta sull’effetto, non cerca l’emozione immediata, bensì la costruisce con metodo, scavando nel dettaglio e nella ripetizione. Un lavoro compatto, essenziale, capace di far emergere la tensione tra memoria, identità e lingua.
Pier Paolo Chini








