Nella vita non c’è merito: “La città dei vivi” al Teatro Bellini di Napoli

“La città dei vivi” ripercorre gli eventi crudi di un fatto di cronaca nera, l’omicidio di Luca Varani a Roma, utilizzando la vicenda come punto di partenza per un’indagine sulle zone d’ombra dell’individuo e sulle fratture profonde di una società attraversata da solitudine, rimozione e violenza latente.
La regia di Ivonne Capece prende le distanze dal registro del true crime per aprire lo spazio a domande scomode e necessarie. Come si forma il male dentro vite apparentemente normali? Quali dispositivi sociali, culturali e affettivi contribuiscono a renderlo praticabile? E quanto ciò che condanniamo negli altri nasce da meccanismi che ci attraversano… più di quanto siamo disposti ad ammettere? In scena, spazio fisico e virtuale si sovrappongono, gli attori si muovono tra ologrammi e proiezioni digitali, con un effetto di straniamento, spingendo lo spettatore a rivedere continuamente cosa è reale e cosa è riflesso. Luci a taglio e una colonna sonora elettronica pulsante costruiscono una tensione continua e inchiodano lo spettatore. Doloroso e crudele.
“Nella vita non c’è merito.” Mi tornano in mente le parole della mia psicologa mentre lo spettacolo scava nelle biografie dei personaggi. Nessuno dei personaggi del racconto merita la propria fine, né i padri né i figli, né i ricchi né i poveri, tutti sono accomunati da dolori ancestrali, ferite che si portano dietro, e che esplodono tra le loro mani. I gesti di crudeltà sono inflitti in stati di inconsapevolezza, questo non giustifica gli atti, ma li contestualizza, in una spirale di angosce e frustrazioni che rinchiudono e rendono cechi. Una spirale di autodistruzione che non può portare a nulla di buono.
Nel dramma c’è una vittima innocente, e carnefici disperati. Si tocca il tema della violenza in tutte le sue declinazioni, psicologica e fisica, simbolica e carnale, con atti crudi messi in scena in una perfezione coreografica di corpi bellissimi, di voci suadenti, di parole pesate e taglienti, in una scenografia che si anima di spettri. Sono tanti gli spettri interni dei protagonisti, sono tante le figure che contornano la scena, in un dramma che però è molto intimo, nei rapporti tra padri e figli (tutti maschi), nei rapporti tra amici e amanti (tutti maschi). La violenza ha il volto maschile, è quella passiva di un padre assente che non ascolta, che non c’è mai, è quella attiva che spinge a gesti atroci e fatali. È la pressione di modelli virili che reprimono l’emotività e impediscono l’esplorazione libera della sessualità. È la fuga sistematica dalla fragilità, anestetizzata attraverso alcol e droghe. Maschilità bloccate, incapaci di sostenere il proprio dolore, e che finiscono per trasformarlo in distruzione. A tratti, la violenza dei protagonisti ha qualcosa di disturbatamente ludico, rimanda all’universo di “Arancia meccanica”, dove l’energia giovanile privata di una bussola etica e affettiva si volge alla sopraffazione. Ci parla di come possa nascere il male dalla progressiva disconnessione etica, dall’annebbiamento del pensiero, dalla solitudine nella relazione (la banalità cui si riferisce Arendt).
“La città dei vivi” lascia allo spettatore a responsabilità di ritrovare il bandolo della matassa, interrogarsi su quale nodo vada sciolto, e da dove sia possibile ripartire.
Brigida Orria
Fotografia di Luca Del Pia
“La città dei vivi” (27 gennaio – 1 febbraio 2026 – Teatro Bellini di Napoli)
Regia e adattamento drammaturgico: Ivonne Capece
Tratto dal romanzo di: Nicola Lagioia
Produzione: Elsinor – Centro di Produzione Teatrale, TPE Teatro Piemonte Europa, Teatri di Bari, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro di Sardegna
Interpreti principali: Sergio Leone, Pietro De Tommasi, Daniele Di Pietro, Cristian Zandonella, con presenze video di altri attori








