Myung-Whun Chung e Alberto Cilona dirigono le prime due serate di MITO Settembre Musica all’Auditorium del Lingotto

Torino si risveglia sempre senza troppo sbadigli, a settembre quando ormai è ancora estate e sono in tanti a indossare i pantaloncini a teatro. È divertente vedere, d’un tratto e in una città senza mare, le code dei frac accostate a quelli che i più orripilati chiamano bermuda. Torino si risveglia con la musica (classica) e la danza (contemporanea), ma della seconda parleremo più avanti. Non è il primo anno che ci occupiamo di MITO Settembre Musica, l’intensa rassegna nei capoluoghi, acerrimi amici, di Lombardia e Piemonte; quest’anno alla sua quarantanovesima edizione. Dal 3 al 18 grandissimi nomi si avvicendano nei teatri e auditori più prestigiosi, e idealmente il sostenitore potrebbe viaggiare con i comodi regionali di cui disponiamo per godere di entrambe le proposte; ma qua, e a malincuore, continueremo a occuparci della Piccola Parigi o Grande Cuneo.
Quest’anno il titolo è Rivoluzioni, che come tutto può piacere o non piacere, ma al netto del piglio positivo con cui si potrebbe pensare a certe rivoluzioni, in questo presente-futuro quantomeno inquieto, quel significante lì accoglie in sé una nota sinistra, come un monolito nella landa nebbiosa dei senza lungimiranza quali siamo. Ma tant’è. Sul programma generale si legge Musica di tempi di guerra, musica che aspira alla pace. Musica che vuole rasserenare in tempi di conflitti o che prova a riconciliare gli opposti. Per quanto Giorgio Battistelli, direttore artistico, si sia speso per spiegare il senso di questa qualifica senz’altro altisonante e soprattutto promettente, il programma risulta oggettivamente tradizionale nei contenuti e nelle forme. Certo, va detto che la direzione artistica ha diviso i contenuti in quattro perimetri: Mitja e gli altri, gli omaggi a Šostakovič e coevi; Berio e le avanguardie; Rivoluzioni e Ascoltare con gli occhi, l’ultimo (mini)perimetro sperimentale con tre appuntamenti multidisciplinari: Nomadic. Canto per lo biodiversità, di e con Telmo Pievani, filosofo della scienza (il 6 settembre alla Casa Teatro Ragazzi); The book of women di Riccardo Nova (martedì 9 al Conservatorio Verdi di Torino), con i canti della tradizione indiana e quelli della tradizione mistica occidentale; e infine Without Blood There Is No Cause, sul compositore afroamericano Julius Eastman, padre della musica organica, il 16 settembre alle Officine Caos di Piazza Montale.
Due sono i compositori celebrati con particolare enfasi: Berio, col centenario dalla nascita, e Šostakovič, morto cinquant’anni fa. Ma poi c’è anche l’occasione di ricordare Palestrina a cinquecento anni dalla nascita, per esempio. Il programma è vasto e soddisfacente, sebbene poi valga la pena di considerare le curatele dei singoli eventi, e infatti eccoci qua. La scorsa settimana abbiamo avuto il piacere di essere presenti per la prima e la seconda serata di Rivoluzioni torinesi, entrambe all’Auditorium del Lingotto. Mercoledì la Filarmonica della Scala, fondata da Abbado nell’82, è stata diretta da Myung-Whun Chung, primo direttore emerito (della Filarmonica) e, dal 2027, successore di Chailly alla direzione del Teatro alla Scala. In apertura, i quattro minuti del mitico Valzer n°2 dalla ben più corposa Suite per orchestra di varietà di Šostakovič: se vi piace Kubrik, ricorderete i titoli di testa e di coda in Eyes Wide Shut, che hanno contribuito a rendere questo brano un classico della storia recente. Certo, sarebbe stato bello sentire la suite per intero. A seguire, il Concerto n°2 in do minore per pianoforte e orchestra op.18 di Rachmaninov, col giovanissimo Mao Fujita al piano (inserito per intero in Brief Encounter, del ’45, di David Lean), e la Sinfonia n°6 in si minore op.74, di Čajkovskij. Giovedì, invece, l’Orchestra del Teatro Regio (fondata a fine Ottocento da Toscanini) ha eseguito Sieben frühe Lieder del compositore austriaco Alban Berg, con l’interpretazione vocale di Martina Baroni, e la Sinfonia Fantastica di Berlioz. La direzione è stata affidata a Giulio Cilona, belga-americano e Kapellmeister della Deutsche Oper Berlin.
Qui sentiamo di doverci complimentare con tutti gli esecutori. Dall’eleganza apparentemente fragile con cui Myung-Whun Chung guadagna il palco, sorridendo, si decolla con piacere verso la Russia a cavallo fra Otto e Novecento; quindi ecco Fujita col suo passo felino e dinoccolato: si siede e gestisce lo strumento con una veemenza dolce. Anche la voce di Baroni ci ha colpito, per la sua limpidezza e il lirismo. Sarebbe molto bello soffermarsi poi sulle trame o quantomeno sulle caratteristiche di quanto è stato riprodotto, come pure sulle vicende vissute dai compositori, ma ci dilungheremmo troppo e alla fin fine la musica va ascoltata, le spiegazioni sono per gli addetti ai lavori. Rimandiamo il lettore, comunque, ai programmi delle due serate, scritti con sorprendente agilità e atti, per una volta, a riferire quanto c’è da sapere senza troppe sofisticazioni.
Davide Maria Azzarello








