“Metadietro”, Odissea in un futuro posteriore, dove su nessun bordo è pace

Forse la domanda non è più “Dove andremo a finire?” ma “Dove andremo a iniziare?”, giunti ormai alle soglie di una preistoria 2.0. Iniziare da capo richiede, per l’appunto, almeno un capo. Metadietro, nuovo frutto dello storico sodalizio artistico tra Antonio Rezza e Flavia Mastrella, perlustra le contraddizioni del nostro tempo fornendo al pubblico – in questo caso, il pubblico dell’Auditorium Melotti di Rovereto, la sera di venerdì 6 febbraio 2026 – dettagliate istruzioni per spingersi al largo di ogni modello linguistico convenzionale. Il titolo racchiude già un indizio, un criterio metodologico: credi di guardare oltre e invece sei di schiena. È con questo tono che lo spettacolo affronta la tecnologia, la guerra, l’intelligenza artificiale, i morti che si contano e smettono di pesare.
Vestito di blu, Rezza incarna da capo a piedi l’Ammiraglio di una minuscola flotta dispersa nell’occhio del ciclone, su un vascello violentemente spinto dal continente verso una terra (mai) promessa. La nave su cui manovra è una sorta di organismo a sé stante: l’habitat firmato da Flavia Mastrella, una scultura in PVC a base pentagonale, respira sotto le mani del performer spiegandosi e contraendosi come le ali segrete di una coccinella. A bordo è in corso una serratissima battaglia verbale con l’equipaggio (voci fuori campo di Noemi Pirastru e Mauro Ranucci) che interloquisce con il comandante senza poterlo davvero raggiungere. La comunicazione c’è nella forma, manca la sostanza; il sovraccarico di informazioni da poppa e da prua rende impossibile seguire una rotta. Tra le righe affiorano i riferimenti all’attualità così come i cadaveri tra le onde nel Mediterraneo. Di fronte alla tragedia, invece di spezzare una lancia in favore della ciurma si finisce per spezzare l’unica lancia di salvataggio rimasta. Naufragato, l’ufficiale incontra Daniele Cavaioli, lo arruola e lo porta con sé nelle prossime missioni. Nonostante ora ci siano i presupposti per il dialogo, l’Ammiraglio dà sempre le spalle al Capitano, la situazione a tu per tu diventa un “tu al quadrato” in cui uno solo ha sempre la prima e anche l’ultima parola. Il ritmo che viene a crearsi tra Rezza e Cavaioli è la vera sorpresa e il motore dell’intero spettacolo, più delle tabelline incomprensibili, dei suoni che si trasformano in nomi, delle azioni ferocemente commentate. Trovate brillanti, certo, ed eseguite con l’agilità di chi le conosce a fondo. Forse troppo: chi ha presente Anelante e Hybris ha più di un déjà vu nel corso della serata.
Da nave a navicella, il veicolo cambia più volte colore sotto le luci di Alice Mollica mentre l’universo si fa sempre più diradato, la gravità diminuisce man mano che si ronza nelle orbite vuote di un teschio per metà sepolto nella stessa sabbia dove un giorno sorgerà un resort di lusso. Inadatti, inadeguati, i due naviganti procedono in preda di tic verbali e corporei, inceppati nell’ingranaggio mediatico che ingigantisce a dismisura le cose vicine e minimizza ciò che è distante. Del resto, sentenzia l’Ammiraglio, “è più facile cambiare cannocchiale che cambiare idea”. Degradati a camerieri, destituiti dal comandare al ricevere le comande in un ristorante di infimo livello, assisteranno dal buco della serratura all’ascesa di un nuovo capo ancora più repressivo, un nuovo messIA addestrato su enormi quantità di dati. Giunti al termine del viaggio, la vendetta blu elettrico di Rezza calerà su questi dispositivi e sul pubblico, con il suo proverbiale e furiosissimo sdegno.
Pier Paolo Chini
Fotografia di Flavia Mastrella







