“Lockwood Tales”, la saga urban gothic che mescola magia e mostruosità con il quotidiano – Approfondimento con l’autore Marco Greco

“Lockwood Tales” è una saga dark fantasy in cui ci siamo immersi ancora prima di iniziarla; abbiamo avuto modo di intervistare l’autore, Marco Greco, per avere delle anticipazioni (qui il link), e dopo la lettura della prima parte del primo volume (che è diviso in tre), dal titolo “Il risveglio di Malakar” (qui la nostra recensione), abbiamo deciso di tornare da lui per altre domande che nel frattempo sono emerse.
“Lockwood Tales” conquista subito dalle prime righe, per il suo stile scorrevole e ricco di particolari, il lettore ha ben chiaro tutto l’ambiente e anche il cuore dei personaggi. Qual è stato il primo personaggio che hai creato?
I primi due personaggi che ho visto con assoluta nitidezza sono stati Kate e Lucas. Due fratelli umani, apparentemente “semplici”, con quella fragilità vera che nasce da un lutto mai del tutto elaborato e da un amore familiare fatto di incomprensioni, distanza e riavvicinamenti. Mi interessava partire da lì: da qualcosa che tutti riconoscono, perché quando succedono certe cose in una famiglia, i legami cambiano forma, e spesso li capisci davvero solo dopo.
Kate mi è arrivata subito come un’eroina non comoda. Non è “scelta”, è investita da un destino che non ha chiesto, e proprio per questo è costretta a scoprire una forza che non sapeva di avere: una leadership che la sorprende per prima. Lei si percepisce normale, a tratti fragile, perfino intimorita dal mondo, e invece dentro di sé ha già la resistenza di chi, se messo spalle al muro, smette di aspettare e inizia a guidare.
Lucas è l’opposto complementare: affronta la vita di petto, è spavaldo, istintivo, con la battuta pronta e un cuore molto più grande di quanto lasci trasparire. Quando il soprannaturale irrompe, ci si tuffa dentro con l’entusiasmo di chi è cresciuto con le serie TV e improvvisamente scopre che tutto è reale. Il problema è che non è reale solo il “meraviglioso”: è reale anche l’oscuro. E lui, proprio per quella sua fame di vita e di esperienza, finisce per caderci dentro fino in fondo.
Accanto a loro, avevo già chiarissimo Theo: il personaggio che porta nella loro vita ciò che non è umano, e che però conosce benissimo l’umano perché lo è stato. Theo vive sul confine tra appartenenza e perdita, e questo lo rende insieme protettivo e duro: sotto, ha empatia e dolore; fuori, mostra ordine, controllo, addestramento, perché è l’unico modo che conosce per impedire che il male arrivi prima di loro.
In fondo Lockwood Tales nasce così: da personaggi pensati “da umani”. Anche quando diventano vampiri, streghe o licantropi, per me restano tridimensionali, attraversati da sentimenti, contraddizioni e scelte sbagliate, proprio come noi. È questo che mi interessa dell’urban gothic: mescolare magia e mostruosità con il quotidiano, con le crepe vere delle persone, perché la linea tra luce e ombra, nella vita, non è mai netta.
Al termine della prima parte del primo volume, “Il risveglio di Malakar”, c’è una piacevole sorpresa: il lettore può contattarti per ricevere via posta elettronica un fascicolo inedito con storie aggiuntive sui personaggi principali. Questa opportunità dà modo di avvicinare lettore e autore, oltre ad appassionare ancora di più alla storia; com’è il tuo rapporto con i lettori?
Il mio rapporto con i lettori è una delle cose più belle e più sorprendenti che mi siano successe con Lockwood Tales. All’inizio, una parte di loro li conoscevo già, penso sia normale, in fondo ho fatto leggere il mio primo libro innanzitutto agli amici, ai familiari, ai conoscenti, sono stati loro che mi hanno convinto a proseguire e pubblicare; poi ne ho conosciuti altri strada facendo, durante il percorso della saga; e poi c’è una terza categoria che per me è quasi “misteriosa” e potentissima: quelli di cui non so nulla, ma che ho incontrato attraverso le loro recensioni, man mano che leggevano, volume dopo volume. È come ricevere una lettera da qualcuno che non hai mai visto, ma che ti racconta con precisione dove è stato dentro la tua storia.
Il fascicolo inedito nasce proprio da questo desiderio di vicinanza: dare al lettore qualcosa che non sia un gadget, ma un altro pezzo di mondo. Un contenuto che approfondisce i personaggi principali e permette di restare con loro anche dopo aver chiuso l’ultima pagina, quando l’emozione non si è ancora spenta. Mi piace l’idea che la saga non finisca nel libro, ma continui come esperienza, con un contatto diretto e umano.
Negli ultimi mesi ho visto anche una cosa che mi intriga moltissimo: le videorecensioni. Lettori e lettrici che, dopo aver letto, accendono la camera e raccontano cosa hanno provato. È una forma di restituzione immediata, emotiva, quasi “dal vivo”, e ti fa capire in un attimo se la storia è arrivata dove doveva arrivare. Non è solo un giudizio: è una reazione.
E poi ci sono le domande, che per me sono il segnale più chiaro di coinvolgimento: “Perché a quel personaggio succede questo?”, “Perché hai fatto fare quella scelta?”, “Ma quindi lui cosa nasconde davvero?”. Quando un lettore non si limita a dire “mi è piaciuto”, ma entra nella psicologia e nelle motivazioni, significa che si è fidato del mondo che gli hai mostrato.
La cosa più appagante, però, è vedere le reazioni divise. C’è chi piange, chi si arrabbia, chi si affeziona in modo quasi feroce, chi arriva a odiare un personaggio e difenderne un altro. Quando una storia genera queste fratture emotive, quando il pubblico si schiera e discute, capisci che forse stai facendo un buon lavoro, perché non c’è niente di più sterile di un libro che lascia tutti indifferenti. Per uno scrittore è una sensazione difficile da spiegare: vedere che le persone non solo leggono la tua opera, ma si attaccano ai tuoi personaggi come se fossero reali, come se fossero “qualcuno”. Vale più di qualsiasi riconoscimento, perché è il segnale che hai creato vita narrativa.
E quando, online o per email, arrivano anche consigli, osservazioni, idee da chi è così coinvolto, ti rendi conto di una cosa molto semplice e molto vera: ogni singolo lettore conta, e ogni emozione che sei riuscito a far nascere torna indietro moltiplicata. È uno scambio enorme. E io, questo scambio, lo considero il cuore di Lockwood Tales.
Oltre ai contenuti extra è possibile richiedere il link per ascoltare la colonna sonora, che ha composto interamente tu. Sei anche un musicista? Qual è stato il processo creativo dei brani, li scrivevi a mano a mano che proseguivi con la stesura del romanzo o sono arrivati successivamente?
Dire “musicista” sarebbe un parolone, però la musica è sempre stata parte di me. Anni fa ho studiato pianoforte e canto in conservatorio, e anche quando poi la vita mi ha portato altrove, quella lingua è rimasta: l’idea che un’emozione possa diventare ritmo, atmosfera, tema. Ho sempre amato la musica, mi sono divertito a cantare le canzoni degli altri e, quando avevo tempo, a comporre piccole cose legate allo stato d’animo del momento. Tempo che, lavorando molto, non è mai stato infinito.
La verità è che non avrei mai pensato di portare “fuori” qualcosa di mio, né con la musica né con la scrittura. Poi è arrivata Lockwood Tales, e con lei è cambiato tutto. Le musiche sono nate insieme ai personaggi e a ciò che gli succedeva: non come progetto a tavolino, ma come conseguenza naturale. Mentre scrivevo, mi ritrovavo a canticchiare frammenti, piccoli motivi che tornavano sempre quando entravo nella testa di un personaggio o quando una scena aveva una certa tensione, una certa malinconia, un certo desiderio.
Ricordo ancora mentre scrivevo la scena del valzer di Lucas e Dex al Gran Ballo d’Inverno: avevo un valzer sempre in testa. Tornava ogni volta che ci mettevo mano, ogni volta che editavo la bozza, la riaggiustavo, la rileggevo. Era una specie di richiamo, come se quella scena avesse già la sua musica prima ancora di avere la sua forma definitiva sulla pagina.
A un certo punto quei frammenti hanno smesso di essere casuali e sono diventati una scelta chiara: temi. Temi legati alle personalità, alle trame, alle ossessioni emotive. E quando i primi libri erano già pubblicati, mi sono detto: se questo mondo mi suona così forte dentro, perché non accompagnarlo con la sua colonna sonora? Non come “contorno”, ma come estensione dell’esperienza.
Oggi ascolto quei brani uno per uno e ognuno mi riporta in un momento preciso: un personaggio, un luogo, una svolta, una ferita. Non è solo musica, per me. È memoria. È vita narrativa. È una forma di magia che continua anche dopo aver chiuso il libro.
So che hai ultimato la revisione della prima parte di “Il risveglio di Malakar” (qui la nostra recensione) e che ha acquisito anche il sottotitolo “Eredità di sangue”: quando sarà disponibile per l’acquisto? Anche per le restanti parti del primo volume farai una revisione stilistica e psicologica?
“Eredità di sangue” è ormai alla fase conclusiva: la revisione è praticamente ultimata e sto chiudendo gli ultimi passaggi tecnici, perché voglio che esca in una forma pulita e definitiva, senza fretta e senza compromessi sulla qualità. L’idea di questa nuova versione è molto precisa: la trama resta la stessa, ma cambia la densità. Più introspezione, più psicologia, più sottotesto, e una scrittura ancora più “cinematografica” nel senso migliore del termine, capace di far sentire Lockwood come un luogo reale.
E sì: il lavoro di revisione non si ferma alla prima parte. Ho quasi ultimato anche la revisione del secondo libro de “Il Risveglio di Malakar”, che avrà il sottotitolo “Astaroth”. Subito dopo il viaggio a Sanremo, tra kermesse canora e Salotto Letterario, inizierò anche il terzo libro, che porterà il sottotitolo “Ascesa”. È un percorso impegnativo, che mi sta assorbendo praticamente ogni ora disponibile, ma è anche il lavoro di cui vado più fiero, perché sta rendendo la saga più fedele a sé stessa.
Lockwood, in questa nuova stesura, è ancora più Lockwood: la città prende vita con più corpo, più atmosfera e più dettagli. Le guerre tra razze non restano sullo sfondo, diventano colonne portanti. La magia è più scomoda, più sporca, meno “facile”, e le conseguenze pesano davvero. E i personaggi restano i nostri: solo che li conoscerete meglio, più a fondo, nelle parti luminose e in quelle che fanno paura. E proprio per questo, credo che li amerete ancora di più… o li odierete un po’ di più.
Ora facciamo un passo indietro nel tempo… come ti sei avvicinato al mondo del fantasy?
Il fantasy è arrivato nella mia vita come linguaggio, prima ancora che come genere. Mi ha sempre affascinato la possibilità di raccontare l’essere umano senza i filtri del realismo, attraverso il mito, il simbolo e il soprannaturale. Allo stesso tempo, però, ho sempre sentito il bisogno di “umanizzare” le creature fantastiche: renderle attraversate da emozioni reali, fragili, contraddittorie. In “Lockwood Tales” nessuno è un eroe impeccabile né un villain “sbagliato per caso”: anche l’oscurità ha una storia, una ferita, una scelta alle spalle. Tra le mie influenze ci sono autori che hanno saputo dare profondità emotiva e morale al fantastico, come Tolkien, George R.R. Martin, Deborah Harkness, Neil Gaiman e Anne Rice. Accanto alla letteratura, anche alcune narrazioni seriali contemporanee hanno contribuito a formare il mio immaginario, soprattutto quelle capaci di lavorare sui personaggi e sulle relazioni più che sull’azione pura. Con “Lockwood Tales” ho cercato una forma di dark fantasy emotivo, dove la spettacolarità non è mai separata dall’introspezione e dalla crescita interiore dei personaggi. Il mio obiettivo non è imitare, ma dialogare con questo immaginario, portandolo in una direzione più intima e contemporanea.
Immagino che tu abbia molto da fare con “Lockwood Tales”, ma vorrei chiederti se trovi comunque il tempo di leggere, e, se sì, che libro stai leggendo?
In questo periodo il tempo per leggere è poco, perché la revisione di Lockwood Tales mi sta assorbendo quasi completamente. Però non ho mai smesso davvero: leggo “a morsi”, appena posso, anche solo qualche pagina alla volta, perché per me la lettura resta un nutrimento necessario, oltre che un piacere.
Ultimamente, ad esempio, quando riesco, alterno due filoni che mi tengono acceso per motivi diversi. Da un lato Stephen King, soprattutto per la sua capacità di costruire atmosfera e tensione con una naturalezza che sembra semplice solo perché è fatta benissimo. Dall’altro, mi concedo anche letture più legate alle dinamiche relazionali e al ritmo emotivo, come i romanzi di Bridgerton, perché mi interessa molto osservare come si regge una scena quando l’azione è tutta negli sguardi, nelle parole, nel sottotesto.
Sono letture diverse, ma per me complementari: una mi allena sul buio e sulla suspense, l’altra sull’intimità e sulle relazioni. E in un dark fantasy come Lockwood Tales, queste due cose, alla fine, convivono più di quanto sembri.
Roberta Usardi








