“Lo stupro di massa come arma di guerra” di Cecilia Frignani

“Lo stupro di massa come arma di guerra” di Cecilia Frignani (Oligo editore, 2025, pp. 212, euro 19) è un saggio coraggioso e intenso, nato dalla raccolta di “testimonianze agghiaccianti e disumane di tantissime donne abusate e violentate”. Sono le storie di chi ha subito un vero e proprio calvario, come lo definisce la stessa autrice nell’introduzione al volume, che si sofferma sullo studio dell’uso sistematico della violenza sessuale praticata sulle donne come “conflitti bellici, antichi, moderni e purtroppo contemporanei”. È ovvio che queste violenze portano con sé conseguenze non solo fisiche, ma anche psicologiche; in alcuni casi, inoltre, hanno dato origine alla nascita di bambini, figli degli uomini che hanno violentato le loro madri.
Il saggio parte da una ricostruzione storico-filosofica per comprendere le radici profonde che portano al compimento di questo tipo di violenza, cercando di comprendere perché sin dalle società antiche la donna sia stata spesso considerata un “bene a disposizione dell’uomo”, e come questa concezione abbia contribuito a consolidare modelli culturali arrivano quasi a giustificare questa violenza anche durante le guerre. Considerata la guerra un qualcosa di prettamente maschile e che segue valori come forza, potenza e coraggio, la violenza sessuale diventa un vero e proprio “effetto collaterale” della stessa, derivante da culture misogine che percepisce le donne come oggetto, “che in un contesto bellico può essere legittimamente predettato”. E così come l’uomo deve proteggere le sue donne – mogli, sorelle o figlie che siano – si sentono “in diritto di violare le donne del nemico”, che è vista alla stregua di un bottino e che permette loro di affermare la propria virilità.
Due esempi storici che la Frignani analizza più da vicino sono la guerra nella ex Jugoslavia e il genocidio in Ruanda, e a raccontarcelo sono proprio le donne sfuggite a queste violenze o di chi ha avuto il coraggio di denunciare e di collaborare con la giustizia internazionale, riuscendo a renderlo a tutti gli effetti un crimine contro l’umanità. Pertanto, il saggio analizza i progressi compiuti dalla giustizia internazionale nel riconoscere e perseguire lo stupro come crimine di guerra e crimine contro l’umanità, evidenziando il ruolo fondamentale dei tribunali internazionali istituiti negli ultimi decenni. Vengono messi in luce, ad esempio, i passi avanti compiuti nel considerare la violenza sessuale non più come un’amara conseguenza dei conflitti, ma come un atto intenzionale e strategico.
Allo stesso tempo, l’autrice non manca di sottolineare i limiti dei procedimenti penali internazionali: le difficoltà nella raccolta delle prove, il silenzio e lo stigma che spesso colpiscono le vittime, la lentezza dei processi e, in molti casi, l’impunità dei responsabili. Chissà se mai si porrà fine a questi crimini, di certo diviene necessario non rimanere in silenzio davanti a stupri, disparità, abusi e violenze.
Marianna Zito








